16 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Liberismo e fascismo: il Cile di Pinochet, l’Italia di Mussolini, il sovranismo di oggi

Ciledi Luca Michelini

Le cronache internazionali rimandano l’eco delle drammatiche conseguenze sociali delle politiche liberiste. Sia là dove è più radicata (come in Cile, dal 1973), sia dove gradualmente ma sistematicamente sta smantellando le conquiste dello Stato sociale (in Europa), l’utopia liberista produce ineguaglianze economiche e sociali così stridenti, che addirittura prendono vita forme pre-politiche di jacqueries e risorgono dalle ceneri della storia forze autoritarie, come in Cile, e neonazionaliste, come in Europa. Nazionaliste e non sovraniste, come si usa dire oggi per edulcorare la realtà dei fatti: perché l’idea di nazione che propongono non è di tipo egualitario né sul piano giuridico, né su quello politico, sociale e internazionale, come invece è tipico della tradizione patriottica che prende corpo con la Rivoluzione francese. Si tratta, infatti, di una idea di nazione fondata su politiche di discriminazione, che possono assumere diverse sembianze, da quelle religiose e di “razza”, a quelle di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Politiche di discriminazione che sono l’anticamera dell’autoritarismo, fondato sull’idea che il potere della maggioranza non debba e non possa avere alcun limite né in altri poteri né nei diritti individuali fondamentali.

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5 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Il Fondo Giacomo Becattini presso la Biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze

Fondo Giacomo Becattini di Marco Dardi

Il prossimo venerdì 6 dicembre, presso la Biblioteca di Scienze Sociali del Polo universitario di Novoli, si terrà un incontro di presentazione del Fondo costituito da carte e libri appartenuti a Giacomo Becattini (Firenze 1927-Scandicci 2017) e donati dalla famiglia all’Università di Firenze. Il fondo comprende l’intero archivio personale di Becattini e una parte della sua biblioteca di lavoro. L’inventario del fondo sarà disponibile online non appena ultimate le operazioni di riordino e catalogazione di tutti i materiali contenuti. Un’altra parte della biblioteca di lavoro di Becattini, ristretta tematicamente a pubblicazioni su economia italiana e distretti industriali, fu donata in vita da lui stesso alla biblioteca del Polo universitario Città di Prato, dove è andata a formare un altro Fondo Becattini esistente dal 2003. La parte libraria del nuovo fondo ha carattere meno specialistico e copre tutta la varietà di temi di cui Becattini si è occupato nel corso di una carriera che va dagli anni 50 del secolo scorso fino quasi alla data della sua scomparsa – con un nucleo significativo di volumi su società, cultura e pensiero economico-sociale dell’era vittoriana. Entrambi i fondi, il nuovo e quello pratese, confluiscono nel Sistema Bibliotecario di Ateneo fiorentino e quindi di riflesso in quello della regione toscana (SBART).

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2 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

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20 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

L’Utopia consolante – un corto per le scuole ispirato alle parole di Calamandrei

Alla fine della nuvoladi Silvia Calamandrei

Ispirato alla “pedagogia civile” dei percorsi di memoria inaugurati a suo tempo da Carlo Azeglio Ciampi, il Centro Calamandrei di Jesi ha lanciato nel 2019 una iniziativa di comunicazione destinata soprattutto alle scuole, producendo un cortometraggio “ALLA FINE DELLA NUVOLA”, così presentato dal presidente del centro Gian Franco Berti:

“parlerà” ai giovani, li farà riflettere, li farà discutere su questa malattia italiana di predisposizione al fascismo, questa autobiografia della Nazione, come ebbe a definirlo Piero Gobetti. Su questo filone di pensiero dovrebbe innescarsi nelle aule magne di tante scuole, del territorio, ma non solo (penso a Torino a Trento a Firenze a Bologna a Roma a Siena, dovunque), un proficuo confronto e una riflessione coi ragazzi sui pericoli che corriamo grazie agli incompetenti profeti sgrammaticati della decrescita felice, della democrazia illiberale modello turco, del fastidio verso il pensiero federalista europeo, dell’idiosincrasia nei confronti del diverso.

L’anteprima è stata ad aprile al Teatro Pergolesi di Jesi, con i Licei e gli Istituti tecnici, presenti circa 500 studenti.

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20 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Desistenza

Desistenzadi Piero Calamandrei

Quel miracoloso soprassalto dello spirito che si è prodotto, quando ogni speranza pareva perduta, in tutti i popoli europei agonizzanti sotto il giogo della tirannia interna ed esterna, ha ormai ed avrà nella storia del mondo un nome: “resistenza”. Sotto la morsa del dolore o sotto lo scudiscio della vergogna, gli immemori, gli indifferenti, i rassegnati hanno ritrovata dentro di sè, insospettata, una lucida chiaroveggenza: si sono accorti della coscienza, si sono ricordati della libertà. Prima che schifo della fazione interna, prima che insurrezione armata contro lo straniero, questo improvviso sussulto morale è stato la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza: sete di verità e di presenza, ritorno alla ragione, all’intelligenza, al senso di responsabilità. La resistenza è stata, nei migliori, riacquisto della fede nell’uomo e in quei valori razionali e morali coi quali l’uomo si è reso capace nei millenni di dominare la stolta crudeltà della belva che sta in agguato dentro di lui.

Si è scoperto così che il fascismo non era un flagello piombato dal cielo sulla moltitudine innocente, ma una tabe spirituale lungamente maturata nell’interno di tutta una società, diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi. Questo generale abbassamento dei valori spirituali da cui son nate in quest’ultimo ventennio tutte le sciagure d’Europa, merita di avere anch’esso il suo nome clinico, che lo isoli e lo collochi nella storia, come il necessario opposto dialettico della resistenza: “desistenza”. Di questa malattia profonda di cui tutti siamo stati infetti, il fascismo non è stato che un sintomo acuto: e la resistenza è stata la crisi benefica che ci ha guariti, col ferro e col fuoco, da questo universale deperimento dello spirito.

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10 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Salvini, ministro (anche) della Giustizia

Giudicidi Giancarlo Scarpari

Giugno 1925: Alfredo Rocco, intervenendo alla Camera dei deputati sulle vicende dell’ordine giudiziario, era stato chiaro: «La magistratura non deve fare politica di nessun genere. Non voglio che faccia politica governativa o fascista, ma esigo fermamente che non faccia politica antigovernativa o antifascista»; e in seguito avrebbe bollato i magistrati non allineati come appartenenti a una «insignificante minoranza di politicanti».

L’artefice dello Stato totalitario aveva colto il cuore del problema: non era necessario che i magistrati manifestassero apertamente il loro sostegno al governo fascista, bastava semplicemente che applicassero le nuove leggi, quella di Pubblica Sicurezza e i codici penali in particolare, varate al posto di quelle dello Stato liberale: il risultato, per il regime, sarebbe stato assicurato e, se qualcuno si fosse dimostrato incerto, il ministro lo avrebbe prontamente rimesso sulla retta via, inviando apposite circolari.

Così è stato e con quei magistrati funzionari si è proceduto per venti anni (e oltre).

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24 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

La barchetta di Carta (costituzionale) di Novello Papafava contro il fascismo

Novello Papafavadi Angelo Tonnellato

Il grande e meritorio lavoro che il Comitato per le edizioni gobettiane, con il suo presidente Bartolo Gariglio, emerito dell’Ateneo torinese, in trincea “sotto la Mole” (è il caso di dire) e le Edizioni di storia e letteratura, con Tommaso Codignola e i suoi collaboratori in prima linea a Roma, stanno da tempo svolgendo – nel deprimente silenzio di ciò che resta dell’informazione culturale nel nostro paese – per la riproposta di tutti i titoli di Gobetti Editore, incrocia nuovamente la personalità e il percorso di Novello Papafava, del quale è stato appena riproposto il volumetto del 1924, Fissazioni liberali, accompagnato da un’ampia, robusta e acuta postfazione di Valeria Mogavero intitolata Le “fissazioni liberali” di Novello Papafava: la libertà, la Costituzione e la patria1.

Oggi forse il nome dell’autore e il titolo del volumetto dicono assai poco a troppi. Noi italiani siamo del resto celebri per la capacità che abbiamo di dimenticare anche noi stessi –figuriamoci i nostri padri e nonni – nell’alone della macchia d’unto delle deformazioni e alterazioni prospettiche prodotte dal continuo farneticare di una “memoria” tanto pervasiva e invocata quanto indeterminata e svuotata di storicità: si razzola in una specie di magazzino di trovarobe, “allietato” da giullari, imbonitori, saltimbanchi, ventriloqui e fattucchieri, mentre i “comari maschi” di cui parlava Pessoa invadono tutti gli spazi della quotidianità e gli “invasori verticali” di Ortega y Gasset tornano a fuoriuscire dalla botola di un sottosuolo umano, prima ancora che politico, indossando e dismettendo freneticamente in pubblico felpe, berretti, canottiere e giubbe “logate” al bisogno o, come direbbe l’abate Galiani, “all’impronto”.

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26 Aprile 2019
pubblicato da Il Ponte

Come dare senso, oggi, al 25 aprile

25 apriledi Tomaso Montanari

Il 25 aprile 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la festa del 25 aprile: «Noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che – a mio avviso – costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano».

«Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi, altri quarantanove anni dopo, ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così. La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà.

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12 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigianidi Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

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27 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Memoria di un anno di memoria

di Luca Baiada

Se ne parla tanto, provo a vedere se funziona.

Gennaio 2018, un anno fa. Il presidente della Repubblica condanna i giuristi del fascismo e denuncia «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati» nello sterminio degli ebrei. Parole importanti, soprattutto per il riferimento ai notabilati intellettuali e ai magistrati. Il fascismo non fu solo cosa di energumeni.

Alla presa di posizione di Mattarella, nelle magistrature nessuna associazione dà risposte ufficiali. Contemporaneamente al messaggio, nella Scuola della magistratura, a Scandicci, c’è il corso La psicologia del giudicare; si parla continuamente di memoria (testimoni, false memorie eccetera), però lo sterminio non viene ricordato. In seguito, durante l’anno il sito di Magistratura democratica proporrà interventi per provare a spezzare il muro di silenzio e di ovvietà.

Marzo. A una cerimonia di apertura dell’anno giudiziario si solleva un problema che ha dell’incredibile: l’Avvocatura dello Stato italiana ha preso le difese della Germania nei processi civili sui risarcimenti da stragi e deportazioni. La cosa è criticata davanti ai rappresentanti del Foro, ai giornalisti, ai comandi militari. L’Avvocatura dello Stato non risponde. Un giornale riprende appena la questione.

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