2 Giugno 2020
pubblicato da Il Ponte

2 giugno 1946: la pace

2 giugno 1946[«Il Ponte», a. II, n. 6, giugno 1946]

di Piero Calamandrei

Il giorno della pace: pace nazionale, premessa necessaria per affrontar quella esterna.

L’Italia pazienta da quasi tre anni in regime di armistizio. Ma non tutti ricordano che gli armistizi sono due: quello internazionale coi vincitori, e quello interno, chiamato finora «tregua istituzionale». Tregua, non pace: la guerra di liberazione, che non è stata condotta soltanto contro i nemici di fuori, aspetta ancora, di dentro, la sua conferenza di pace, che si chiamerà costituente, e il suo trattato, che si chiamerà repubblica.

Le dinastie pagano fatalmente col trono le guerre perdute, anche quelle onorevoli e accettate dal popolo: perché solo nella nemesi storica, che cancella dalla bandiera il simbolo della sconfitta, il popolo ritrova l’unità e la fiducia. Ma qui non è stata soltanto perduta una guerra: siamo stati portati sul punto di perdere una civiltà. Il custode statutario ha gettato nel folle giuoco non soltanto i nostri beni e le nostre vite, ma, sopra tutto, le nostre anime. Dire che la monarchia ha giuocato l’onore d’Italia, è dir poco: ha giuocato la nostra umanità. Quello che più atterrisce d’intorno non son le rovine materiali: le città si rifanno, e a compensarci dell’arte perduta lavora, ignaro archeologo, il bifolco, che vede affiorare ogni giorno da questa terra magica le statue dei sepolcreti. Ma il crollo più pauroso è stato quello dello spirito: la rottura brutale di millenni di ragione e di gentilezza, l’irrisione demente di quella solidarietà cristiana per cui ogni uomo è una creatura unica fatta di coscienza più che di carne, che ha dentro di sè, insopprimibile e irriproducibile, una sua dignità, una sua fiammella, un suo miracolo. Questa tradizione è la nostra patria più vera: a questa nostra patria profonda la dinastia sabauda, in nome dell’Italia, ha dichiarato guerra.

Nei terribili ricordi di questo ventennio ciascuno di noi ritrova episodi che non sa ripensare senza raccapriccio: in Italia e fuori d’Italia, con un crescendo di diabolica follia, ci siamo accorti che non era più guerra militare di eserciti contro eserciti, ma furia di belve contro creature innocenti, dell’orda selvaggia contro le conquiste, che ci erano sembrate eterne ed imprescrittibili, della ragione e della umana pietà. E un giorno il popolo italiano, in questa guerra tra la belva e l’uomo, si è trovato, per decreto reale, schierato ufficialmente dalla parte della belva. Questo è il crimine, non contro lo statuto soltanto ma contro l’umanità, che deve essere espiato.

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5 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Un parallelo impossibile e fecondo: Gramsci e Dossetti

di Massimo Jasonni

Le attenzioni del momento, pur inevitabilmente rivolte alla salute pubblica e ai tempi della ripresa industriale, non crediamo possano esimersi dal ripensare alle basi etico-politiche che valgano a portare a un cambiamento. La débâcle istituzionale ed economica del paese sollecita una riflessione sulla formazione di una classe politica dirigente altra, rispetto a quella a cui da troppo tempo siamo abituati. Solo una nuova classe dirigente potrà cogliere i segnali profondi del disagio, che le più recenti elezioni confermano, prospettando aggregazioni politiche e coaguli culturali capaci di fronteggiare o, almeno, di contenere la globalizzazione selvaggia che ha provocato la devastazione del pianeta.

L’ultimo dopoguerra offre spunti importanti. Si parla di un’avventura diversa da quanto è oggi sotto i nostri occhi, ma negli effetti rapportabile alla pandemia di ora per il cordoglio, la reclusione e la paralisi lavorativa in cui le vite dei cittadini sono gettate. Il capolavoro che consentì di riprenderci dalla sciagura bellica fu la Costituzione della Repubblica. Da cosa nacque questo documento tradotto e studiato in tutte le lingue, per nulla miracolistico, ma anzi frutto di una laboriosa sintesi ideologica? Nacque da un accordo tra formazioni anche tra di loro contrapposte, tuttavia accomunate dalla coscienza dell’ignominia del fascismo e della insopportabilità delle collusioni mussoliniane con il razzismo e il bellicismo hitleriano. Alla base di tutto, il sogno di riportare il paese alle tradizioni e alle bellezze che ne avevano fatto, in passato, il giardino non solo naturale, ma anche intellettuale d’Europa. Ricordo, al proposito, le lezioni in cui Calamandrei spiegava agli studenti milanesi il portato della Carta repubblicana, riscontrandovi «grandi voci lontane»: quelle di Cattaneo, di Beccaria, di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini.

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30 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Emergenza italiana, debito tedesco: questioni di metodo

Norimbergadi Luca Baiada

Con la pandemia di Covid-19 l’Italia cerca sostegno finanziario in sede europea, ma nell’Unione le posizioni degli Stati sono diversificate. La Germania è forte, ed è ovvio che si parli del suo debito per la Seconda guerra mondiale. Le cose che si sentono, però, proprio non vanno.

Un uomo di spettacolo diffonde un video che ha subito successo. Ricorda i danni della guerra, poi: «Grazie a Dio sono italiano. Sì, saremo cialtroni, saremo anche mafiosi, come dicono i tedeschi, ma siamo empatici, siamo umani, quindi grazie, grazie di essere italiani e non tedeschi». Parole sbagliate che neppure la difficoltà del momento giustifica.

L’europarlamentare Carlo Calenda, i presidenti delle Regioni Emilia-Romagna e Liguria, più nove sindaci importanti, pubblicano a pagamento una lettera su «Frankfurter Allgemeine Zeitung». L’esordio oracolare, «con il Coronavirus la storia è tornata in occidente», è appena spiegabile con l’intento di convincere chi legge. In sostanza, nella lettera gli accordi internazionali dopo la guerra sono raccontati alla grossa. Non si distinguono i debiti prebellici, cioè assunti contrattualmente dalla Germania prima del 1939, dai debiti non contrattuali, assunti facendo danni mediante la guerra. Non si distinguono neppure i debiti verso gli Stati e quelli verso i cittadini, anche italiani (familiari di vittime di strage, e loro eredi; deportati militari e civili, e loro eredi).

Altri appelli, su questo aspetto sono deludenti.

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28 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Il liberalsocialismo presunto di Eugenio Scalfari

di Marcello Rossi

Domenica 26 aprile, a commento e “giustificazione” dell’arrivo di Molinari alla direzione di «la Repubblica», Eugenio Scalfari, che fondò il giornale nel 1976 e ne fu il direttore per lunghi anni, porta il “Liberalsocialismo” che – secondo lui – fu ed è la filosofia del giornale. Liberalsocialismo – lo abbiamo scritto più volte – è parola ambigua, politicamente infelice, che induce il grande pubblico nell’idea che tra liberalismo e socialismo sia possibile un punto d’incontro: qualcosa di simile a una “terza forza”, espressione del ceto medio. E questa è la posizione sia di Scalfari, che è sempre stato un “liberale di sinistra”, sia anche di altri intellettuali di grande prestigio quali Calogero e Bobbio, ma se si torna alle origini del movimento bisogna convenire con Walter Binni – come Capitini liberalsocialista, ma non azionista – che «questa parola [liberalsocialismo], coniata soprattutto da Capitini, voleva indicare un “socialismo” che proponendosi obbiettivi radicali da un punto di vista sociale (socializzazione dei mezzi di produzione, messa in discussione della proprietà privata nel momento in cui essa assumeva l’aspetto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo), permettesse una circolazione di libertà, in qualche modo una nuova “libertà”. Il liberalsocialismo suscitava il problema di come in una società socialista si potessero far rivivere la libertà e la democrazia ma non nei termini “socialdemocratici” del “socialismo della libertà” che è cosa assai diversa». E ancora: il movimento «non era un contemperamento di liberalismo e socialismo, ma la strutturazione di una società radicalmente socialista entro cui riemergesse una libertà anch’essa nuova e ben diversa dalla libertà formale e ingannevole dei sistemi liberal-capitalistici»1. E Capitini: «il liberalsocialismo deve essere il lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle posizioni di sinistra»2.

Tristano Codignola, l’esponente liberalsocialista di maggior caratura a Firenze, esponeva in questi termini le posizioni del gruppo: «Noi non poniamo sul tappeto la questione del liberalismo o del socialismo (sia esso riformista o radicale, gradualista o rivoluzionario): le concezioni di destra o di sinistra sono da noi considerate parziali in quanto […] non potranno mai porre in crisi la struttura tradizionale dello Stato. Noi vogliamo demolire questa struttura tradizionale, che è quella dei poteri centrali, dell’autorità dall’alto, del procedere per decreti legge […]. Ciò significa modificare profondamente il concetto giuridico dello Stato nell’affermazione contemporanea dei due principi del nostro liberalismo e del nostro socialismo: il decentramento dei poteri e l’estensione del sistema elettivo al minimo settore, da un lato, l’autogoverno del lavoro, cioè la gestione diretta dei mezzi produttivi da parte della minima comunità lavoratrice, dall’altro»3.

Potrei continuare con altre citazioni nel ricordo di Enzo Enriques Agnoletti, Mario Delle Piane, Cesare Luporini, Carlo Ludovico Ragghianti e molti altri che militarono nel movimento liberalsocialista e che Capitini ricorda puntualmente nel suo Antifascismo tra i giovani, ma mi sembra che già i brani che abbiamo riportato in questa breve nota mostrino chiaramente che «la Repubblica», pur nella sua ormai lunga e gloriosa storia, poco ha da spartire con il liberalsocialismo. Scalfari fa un mix tra liberalismo di sinistra e socialismo liberale di Carlo Rosselli. Già un’operazione del genere è scorretta e, comunque, sia il liberalismo di sinistra sia il socialismo liberale poco hanno da condividere con il liberalsocialismo. Ormai, io credo, sarebbe giunto il tempo di dare a Cesare quello che è di Cesare.

1 W. Binni, Scritti politici, 1934-1937, Firenze, Il Ponte Editore, 2014, pp. 400-401 e p. 368.

2 A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, Firenze, Il Ponte Editore, 2018, p. 14.

3 T. Codignola, Il Partito d’Azione e il problema dello Stato, «La Libertà», anno II, n. 13, 10 settembre 1944.

24 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Attualità d’un messaggio

di Tristano Codignola

[Testo integrale del discorso pronunciato in Palazzo Vecchio l’11 agosto 1975 per la ricorrenza della Liberazione di Firenze.]

Amico Sindaco, cittadini, compagni,

noti, eminenti rappresentanti della Liberazione fiorentina ci hanno lasciato da poco: da Carlo Levi, che portò – non fiorentino – alle nostre lotte un contributo originale di umanità e di sensibilità critica (vorrei auspicare per lui la cittadinanza onoraria alla memoria), al ferroviere Carlo Campolmi, che con coraggioso fervore dette tutto se stesso all’organizzazione militare del Partito d’Azione e conobbe le inumane torture dei «quattro santi» della banda Carità, all’operaio Alessandro Pieri, condannato dal Tribunale Speciale e poi nel Comando della Divisione Potente; da Eugenio Artom a Giacomo Devoto ad Ezio Donatini che nel Comitato Toscano di Liberazione e nella prima giunta di Firenze liberata prima e nella vita civile poi furono esempio di rettitudine e di coerenza; a due donne, degne di rappresentare il dolore e la fierezza di tante altre, che simbolicamente hanno chiuso quasi contemporaneamente la loro vicenda terrena, così come era accaduto del loro marito e figlio, Enrico Bocci ed Italo Piccagli. E quanti altri che neppure sappiamo se ne saranno andati in silenzio fra i tanti che – come dice Primo Levi – è difficile rivestire di parole, perché stavano tutti nelle loro azioni.

Ma nel doloroso distacco da ciascuno di loro non vediamo chiusa per sempre una parentesi: al contrario, sentiamo sempre di piú che la Resistenza non è e non deve essere patrimonio d’una gloria passata, geloso retaggio d’una generazione di reduci che si assottiglia nel tempo, ma è il cemento della nostra democrazia, la sostanza delle aspirazioni di una gran parte del nostro popolo, dei nostri giovani. Se vogliamo evitare di cadere nella italica retorica, che ha già largamente appannato lo splendore di quelle aspirazioni, se sentiamo tutti chiaramente che il nostro 11 agosto è e deve essere sempre meno una stanca e rituale commemorazione, ma piuttosto una sfida, dedichiamo anzitutto qualche breve riflessione a ciò che fu la Resistenza italiana nella sua essenza storico-politica, alla rottura che essa rappresentò nei confronti della tradizione aulica e moderata dell’Italia monarchica e giolittiana, alla forza di conservazione che tuttavia questa Italia antagonista ha dimostrato, al momento presente nel quale sintomi non confondibili fanno riaffiorare nel nostro tessuto comunitario tensioni ma anche speranze nuove, che ridanno quasi d’improvviso attualità insospettata al messaggio di allora.

La Resistenza italiana, gli studiosi l’hanno da tempo assodato, presenta alcune caratteristiche peculiari ed originali, che converrà qui ricordare sommariamente.

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5 Marzo 2020
pubblicato da Il Ponte

Nel ventennale della scomparsa di Craxi

Bettino Craxidi Paolo Bagnoli

Il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, scomparso ad Hammamet il 19 gennaio 2000, ha riempito non solo per alcuni giorni le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, ma ha visto una considerevole produzione letteraria e anche un film. Per giorni pertanto di Craxi si è parlato molto. Era scontato che così fosse, ma, a ben vedere, agli atti non rimane alcun giudizio politico di fondo. È prevalso il personaggio: soprattutto si è parlato dei suoi ultimi mesi di vita, ma non si può dire che si siano fatti i conti con ciò che egli ha rappresentato per le sorti del socialismo italiano che con lui è praticamente scomparso. Non si è affrontato ciò che ha rappresentato e prodotto l’esperienza craxiana, ma oggettivare la stagione di Craxi è assolutamente necessario per rimuovere un immenso macigno che ha reso praticamente impossibile rimettere in discussione le possibilità di ripresa – meglio sarebbe dire di rinascita – di un soggetto socialista cui si lega, necessariamente, la sinistra, sia quella di origine classista sia quella di matrice laica.

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3 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Destra su destra

Socialismodi Marcello Rossi

Giornali e televisioni nell’ultimo scorcio di campagna elettorale hanno insistito giorno dopo giorno sull’idea che le elezioni regionali – e in particolare quelle dell’Emilia-Romagna – sarebbero state un banco di prova fondamentale per le sorti del governo. Banco di prova se Salvini avesse vinto perché, se il Pd di Bonaccini avesse mantenuto le posizioni, nel governo nulla sarebbe cambiato. E così è avvenuto. Tuttavia, a scanso di equivoci, le quattro “forze” di governo – o meglio, le quattro “debolezze” – di fronte alla possibilità che la Lega si impadronisse dell’Emilia-Romagna hanno da subito sostenuto che una cosa erano le elezioni regionali, altra cosa le nazionali e si sono aggrappate alla regola secondo cui, finché il governo ha in parlamento la maggioranza, il governo è in carica e la Costituzione è rispettata.

Questo uso disinvolto della Costituzione che privilegia la forma sulla sostanza mi riporta a un famoso discorso di Calamandrei[1]. Scriveva il Nostro, riferendosi all’uso sui generis che la Democrazia cristiana faceva della Costituzione: «la maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione con se medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. […] E allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve conformarsi alle esigenze di questo governo. […] Questa non è la Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza. […] È stato detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel suo “saper perdere”. Ma la democrazia diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi democratici per salire al potere è disposto a violarli per rimanervi […] anche quando nel paese sia diventato minoranza».

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16 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Liberismo e fascismo: il Cile di Pinochet, l’Italia di Mussolini, il sovranismo di oggi

Ciledi Luca Michelini

Le cronache internazionali rimandano l’eco delle drammatiche conseguenze sociali delle politiche liberiste. Sia là dove è più radicata (come in Cile, dal 1973), sia dove gradualmente ma sistematicamente sta smantellando le conquiste dello Stato sociale (in Europa), l’utopia liberista produce ineguaglianze economiche e sociali così stridenti, che addirittura prendono vita forme pre-politiche di jacqueries e risorgono dalle ceneri della storia forze autoritarie, come in Cile, e neonazionaliste, come in Europa. Nazionaliste e non sovraniste, come si usa dire oggi per edulcorare la realtà dei fatti: perché l’idea di nazione che propongono non è di tipo egualitario né sul piano giuridico, né su quello politico, sociale e internazionale, come invece è tipico della tradizione patriottica che prende corpo con la Rivoluzione francese. Si tratta, infatti, di una idea di nazione fondata su politiche di discriminazione, che possono assumere diverse sembianze, da quelle religiose e di “razza”, a quelle di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Politiche di discriminazione che sono l’anticamera dell’autoritarismo, fondato sull’idea che il potere della maggioranza non debba e non possa avere alcun limite né in altri poteri né nei diritti individuali fondamentali.

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5 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Il Fondo Giacomo Becattini presso la Biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze

Fondo Giacomo Becattini di Marco Dardi

Il prossimo venerdì 6 dicembre, presso la Biblioteca di Scienze Sociali del Polo universitario di Novoli, si terrà un incontro di presentazione del Fondo costituito da carte e libri appartenuti a Giacomo Becattini (Firenze 1927-Scandicci 2017) e donati dalla famiglia all’Università di Firenze. Il fondo comprende l’intero archivio personale di Becattini e una parte della sua biblioteca di lavoro. L’inventario del fondo sarà disponibile online non appena ultimate le operazioni di riordino e catalogazione di tutti i materiali contenuti. Un’altra parte della biblioteca di lavoro di Becattini, ristretta tematicamente a pubblicazioni su economia italiana e distretti industriali, fu donata in vita da lui stesso alla biblioteca del Polo universitario Città di Prato, dove è andata a formare un altro Fondo Becattini esistente dal 2003. La parte libraria del nuovo fondo ha carattere meno specialistico e copre tutta la varietà di temi di cui Becattini si è occupato nel corso di una carriera che va dagli anni 50 del secolo scorso fino quasi alla data della sua scomparsa – con un nucleo significativo di volumi su società, cultura e pensiero economico-sociale dell’era vittoriana. Entrambi i fondi, il nuovo e quello pratese, confluiscono nel Sistema Bibliotecario di Ateneo fiorentino e quindi di riflesso in quello della regione toscana (SBART).

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2 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

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