8 Novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Del povero Pd (e degli altri)

Sinistra italianadi Rino Genovese

Se fossero fino in fondo sinceri con se stessi, i Prodi e i Bersani avrebbero dovuto ammettere da tempo che dare vita al Partito democratico fu un errore. Per contrastare un blocco populistico di destra spesso spostato su posizioni estreme, e seguendo il miraggio di una democrazia dell’alternanza tra una formazione di centrodestra e una di centrosinistra, spinsero per la liquidazione dell’esperienza post-comunista dei Ds e post-democristiana della Margherita, per ottenere alla fine quale risultato? Il blocco populistico di destra c’è sempre ed è sempre più spostato a destra; inoltre – per partenogenesi, si potrebbe dire – è nato e si è rafforzato un neoqualunquismo uguale e contrario come quello grillino – stessa antipolitica, stesso leaderismo pseudocarismatico, che pesca in questo caso nelle acque tradizionali della sinistra.

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11 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

L’autunno della sinistra

L'autunno della sinistradi Fabio Vander

È uscito un interessante articolo di Tommaso Fattori, consigliere regionale della sinistra toscana, su «il manifesto». Individua come obiettivo primario quello di «una nuova sinistra maggioritaria e di governo», dato che dopo la crisi del 2008 l’Italia è stato fra i grandi paesi l’unico in cui la sinistra non ha saputo né rilanciarsi né tantomeno promuovere «la costruzione di un progetto forte d’alternativa». Assenza di cui si sarebbe poi giovato il Movimento 5 stelle.

Già, ma perché questo? Esistono responsabilità soggettive. Di soggetti politici. Segnatamente direi di Sel (il caso comatoso di Rifondazione è a parte). Vendola si è sempre rifiutato di costruire un nuovo soggetto politico di sinistra adatto “al giorno e all’ora”. Si è sempre messo di traverso. Volutamente, scientemente. Anche perché lui governava in Puglia e certo con il Pd.

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18 Maggio 2015
pubblicato da Il Ponte

L’Italicum sovietico?

Italicum sovieticodi Fabio Vander

Durante la discussione sulla fiducia alla nuova legge elettorale, Vendola ha definito «Sovieticum» l’Italicum di Renzi, per i suoi profili di antidemocraticità, ma anche per il fatto in sé di porre la fiducia su un tale provvedimento. Il punto è in effetti che la nuova legge elettorale genera il contrario di una democrazia matura e dell’alternanza. Non basta infatti il ballottaggio, come pure rivendica Renzi. Bisogna vedere chi ci va al ballottaggio, con quanti voti (perché col superpremio di maggioranza, col 25% al primo turno si può poi prendere una rappresentanza smodata, ecc.), chi saranno gli antagonisti al ballottaggio, quante possibilità reali hanno di vincere, ecc.

Senza queste premesse di sistema, il ballottaggio è un rischio (come, per il vero, il turno unico).

Corrado Castiglione su «Il Mattino» ha proposto un’interessante serie di considerazioni: il portato dell’Italicum sarà «un governo monocolore, con un partito saldamente radicato nella maggioranza dei seggi, e un’opposizione ridotta a una galassia di partiti medi e piccoli. Qualcuno ha gridato alla scomparsa dell’opposizione».

Scomparsa dell’opposizione. Il contrario di una democrazia matura. Anzi il contrario di una democrazia.

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28 Gennaio 2015
pubblicato da Il Ponte

Se non ora, quando? Syriza e l’Italia

Syriza e l’Italiadi Fabio Vander

La vittoria di Syriza è ovviamente una buona notizia. Avrà importanti ripercussioni e di lungo periodo in Europa. E non solo certo nella sinistra “radicale”. L’agenda può e deve cambiare. In fatto di politiche economiche in primis, ma poi soprattutto in fatto di politica qua talis.

A pensarci bene è la prima volta da anni che la sinistra riesce a porsi in Europa come protagonista. Che riesce, cioè, a occupare il centro della scena, da posizioni autonome e contribuendo appunto a mutare l’agenda.

Le note dolenti riprendono però non appena si ritorna con lo sguardo al panorama italiano. Qui gli strepiti di Sel e Rifondazione per la vittoria di Syriza hanno solo del provinciale. Quello che c’è da aspettarsi da gente che ha proposto la Lista Tsipras (unico caso in Europa di “importazione” di leader e di parole d’ordine) o la Brigata Kalimera.

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17 Dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Mafia capitale e politica nazionale

Mafia capitaledi Fabio Vander

Lo scandalo esploso a Roma, dove le indagini della magistratura hanno scoperchiato un mondo di collusioni fra politica locale e criminalità politico-mafiosa, sconcerta e pone interrogativi inquietanti. Interrogativi che investono la stessa politica nazionale, non solo i singoli soggetti organizzati, ma proprio la conformazione del sistema politico, le sue modalità di funzionamento, la qualità della classe dirigente e i suoi rapporti con i poteri forti, evidentemente non solo quelli legali. Anche il commissario straordinario del Pd romano Matteo Orfini ha riconosciuto che «la patologia del Pd è stato il consociativismo. Precedentemente c’erano stati anni in cui c’era stata un’eccessiva consuetudine con la destra di Alemanno che governava la città». Persino il deputato Morassut, assessore nelle precedenti giunte di centrosinistra, ha ammesso: «con la destra di Alemanno abbiamo avuto un atteggiamento consociativo».

Crisi politica e crisi morale (e criminale) sono dunque l’una dentro l’altra. Per molti versi in Italia è stato cosí anche in passato e certo scontiamo il degrado di vent’anni di berlusconismo, ma la cosa grave e inedita è che oggi sembrano non esserci piú alternative, né speranze. Il fatto che sia coinvolto pesantemente anche il maggior partito di governo, il Pd del premier Renzi, è la prova che le riserve morali si sono esaurite anche nel centrosinistra. Di nuovo il problema non è solo penale e morale, ma direttamente politico.

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22 Novembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Urgenza della “Costituente”

Costituente della sinistradi Fabio Vander

Su «il manifesto» del 13 novembre Alberto Asor Rosa ha scritto con la consueta lucidità: «un’opposizione sindacal-sociale senza un’opposizione politica è un’opposizione monca, indebolita proprio sul terreno, quello parlamentar-governativo, sul quale nei prossimi mesi accadranno cose decisive (la legge elettorale e, massimo dei massimi, l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica)».

Appunto, mentre Renzi avverte le prime difficoltà di fondo, economiche e politiche, è necessario, urgente, che la sinistra si muova. Non basta l’opposizione “sindacal-sociale”, pure indispensabile, occorre osare il passaggio politico. Il passaggio al partito politico della sinistra. Per avere un soggetto che agisce sul piano sociale, di massa e di base e però anche sul piano “parlamentar-governativo”, cioè politico in senso eminente.

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16 Luglio 2014
pubblicato da Il Ponte

A nemico che fugge… Vendola e la crisi della sinistra

Vendola e la crisi della sinistradi Fabio Vander

Nichi Vendola ha lasciato filtrare la notizia, ripresa con evidenza da «la Repubblica», di un suo abbandono della scena politica (con relativo trasferimento in Canada) dopo la conclusione del suo secondo mandato di presidente della Puglia.

Era ora ed è un atto dovuto. Lo scriviamo proprio nel numero di luglio del «Ponte». Vendola non può fare altrimenti, dopo il disastro di una Sel ormai disintegratasi, con un partito fuori controllo, preda di pulsioni opportunistiche e dissolventi, con il Gruppo della Camera praticamente scomparso. È l’ora delle responsabilità e l’intero gruppo dirigente di Sel, quello sopravvissuto, deve prendersele.

Potrà esservi futuro per la sinistra italiana solo senza Sel e dopo Sel. Di tempo se ne è perso sin troppo. Almeno dal 2007, quando si è mancata l’occasione per la costruzione di una vera sinistra italiana, autonoma, socialista, organizzata e alternativa al progetto del Pd. Ingrao ce lo disse alla nuova Fiera di Roma giusto nel 2007: «sbrigatevi a fare il nuovo partito della sinistra!». E infatti…

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25 Giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

«Game over». Sulla fine di Sel

fine di Seldi Fabio Vander

Bibendum est. Sel è finita. Con il dissolvimento del gruppo alla Camera, con l’uscita non solo dal Gruppo ma dal “partito” di tanti parlamentari in fregola di passare al Pd, è stato superato il masso erratico che in questi anni ha impedito la costruzione di una sinistra autonoma e organizzata in Italia. Il «non voglio un partito ma riaprire la sinistra» del 2010 ha fatto la fine che ha fatto. Non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.

Tutto questo per altro avviene in un quadro ben definito. Con la grande vittoria elettorale di Renzi alle europee, con il Pd sedicente «partito della Nazione», centro tolemaico del sistema politico, che ripropone nel panorama del XXI secolo il ruolo che fu della Dc.

E questo è un altro capitale problema che va a sommarsi a quello tradizionale della sinistra. Il problema della democrazia. È possibile che ancora oggi, all’inizio del terzo millennio, dopo la fine del comunismo e della guerra fredda, dopo la fine delle ideologie e della conventio ad excludendum ci sia bisogno di un centro inamovibile, di un “partito pigliatutto”? O non è che la patologia della Prima repubblica, che allora aveva comunque un senso date le condizioni della guerra fredda, si ripresenta aggravata nella Seconda, quando pure la “normalità” del confronto politico dovrebbe essere acquisita?

Ora la nuova centralità del Pd è un fatto. Sancita non solo dagli elettori alle europee, ma dalla mancanza di alternativa, a destra come a sinistra. Berlusconi è ormai solo una scheggia impazzita, Ncd non esiste come alternativa di destra democratica, ma poi in via di entrata nel Pd (e comunque nella maggioranza del governo Renzi) sono anche parlamentari da Scelta civica e altre formazioni minori; per non dire dei mille rivoli a livello locale.

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23 Giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

E tuttavia… La crisi di Sel

crisi di Seldi Rino Genovese

Il compagno Giuseppe Brogi, coordinatore regionale toscano di Sel, che ho avuto modo di ascoltare di recente nel corso di un’assemblea, ha svolto un’egregia analisi della situazione in cui versa in questo momento il suo partito, pronunciando più volte l’espressione “e tuttavia…”. Non si tratta di un tic linguistico: l’espressione, con il suo carattere concessivo-avversativo, riassume piuttosto il disorientamento in cui si trova oggi Sel. Cerco di spiegarmi. Questo partito era nato per essere un “ma anche” (ricordate l’intercalare portato agli onori del dibattito politico dall’imitazione che il comico Crozza faceva di Veltroni ai tempi in cui questi, con scarsa fortuna, fu il candidato alla presidenza del Consiglio?), nel senso che nello schieramento ampio di un centrosinistra di governo avrebbe dovuto rappresentare la sua componente di sinistra non confusionaria ma capace di collocarsi all’interno di un dignitoso compromesso politico. Il fatto che, per un lungo tratto, questo piccolo partito si sia identificato in maniera personalistica con Vendola, è stato vissuto come un che di transitorio, il prezzo da pagare a una mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica cui nessuno, pur con le migliori intenzioni, può sottrarsi. Ciò che era veramente in gioco era la possibilità di contare, facendo valere le proprie ragioni, all’interno di un centrosinistra con un programma progressista.

Questa prospettiva è venuta meno nel 2013 con la non vittoria elettorale del Pd di Bersani e il pasticcio che ne è seguito, da cui si è (apparentemente) venuti fuori grazie al giovane uomo della provvidenza Matteo Renzi. È naturale che, in un paese politicamente emotivo come il nostro, Renzi goda al momento di un credito e di un consenso fuor di misura rispetto alle cose concrete che ha fatto e sta facendo. Tra queste c’è senz’altro l’ottima uscita riguardo ai famosi ottanta euro in più in busta paga per chi ne guadagna all’incirca mille. Qualcosa la cui giustezza è incontestabile, anche se fosse stata una trovata semplicemente elettoralistica. E tuttavia – ecco che compare la locuzione – ciò non è in alcun modo sufficiente a dare fiducia a Renzi su tutto il resto: in particolare non lo è, o non dovrebbe esserlo, per un gruppo parlamentare come quello di Sel collocato attualmente all’opposizione. La rotta verso il Pd, intrapresa da Migliore e da altri deputati, s’inscrive nella perfetta tradizione italiana del trasformismo parlamentare. Nulla più di questo: si va a incensare il vincitore del momento. E tuttavia – ecco che ricompare la locuzione – il progetto stesso di Sel si palesa come in crisi, per la semplice ragione che la possibilità di un centrosinistra articolato non esiste più con Renzi, che ha ripreso su nuove basi il discorso veltroniano circa la vocazione maggioritaria del Pd.

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3 Giugno 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

Per la piena occupazione

Ucrainadi Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 6 de Il Ponte – giugno 2014]

Con il non-voto al 45,61%, il 40,8% del Pd corrisponde al 22,19% degli elettori “aventi diritto”. Il Pd ha attratto voti berlusconiani ed ex grillini, e ha fagocitato i suoi alleati di governo indebolendone l’influenza parlamentare; il M5S, nonostante i linciaggi mediatici alimentati dai suoi stessi limiti e carenze di ordine politico (ne parla diffusamente Mario Monforte in questo stesso numero della rivista), ha comunque consolidato la sua area di secondo partito nazionale al 21%; prosegue il declino di Forza Italia, destinato ad aggravarsi.

Dall’analisi dei flussi elettorali emergono due dati particolarmente significativi: nel Pd confluiscono aree elettorali di “sinistra” tradizionale, di centro e di destra; dall’area del M5S defluiscono verso il Pd (ma soprattutto verso l’astensionismo) elettori di destra che lo avevano votato alle politiche del 2013 (emblematico il caso del Nord-Est). La sinistra della lista «L’altra Europa per Tsipras» ha superato a fatica lo sbarramento del 4%, per poi sprofondare immediatamente nelle endemiche contraddizioni dei partiti che la componevano (Sel, Rifondazione comunista, liberaldemocratici di «la Repubblica»). Ora la partita si gioca a livello europeo, in un parlamento indebolito dalle conseguenze delle politiche di austerità, ma soprattutto nel quadro italiano.

In Italia le elezioni europee sono state elezioni politiche di pretesa “legittimazione” del governo di Renzi e di rafforzamento apparente degli interessi atlantici che l’hanno espresso; in realtà la sua linea di conciliazione di interessi diversi (americani ed europei) e le sue promesse elettorali insostenibili lo mettono in una posizione di grande debolezza, anche in presenza di un’opposizione parlamentare e sociale che è costretta – e questo è il dato piú positivo della situazione post-elettorale – a ripensare le proprie strategie, ad affinare le proprie armi: il confronto che si è subito aperto nell’area del M5S e della Lista Tsipras potrebbe (deve) andare in questa direzione. Anche nella base popolare del Pd potrebbe aprirsi un limitato confronto sulla nuova natura centrista, democristiana e berlusconiana, del partito di Renzi.

Un confronto “aperto” (oltre le appartenenze e i recinti) su quali temi? Su due questioni centrali: la «democrazia» e il «modello di sviluppo» della società italiana.

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