13 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

In assenza del socialismo

Socialismodi Paolo Bagnoli

Le elezioni sono oramai vicine: un’altra legislatura è trascorsa. Su quella che verrà sembra esserci poca speranza, visto che già si ipotizzano nuove elezioni a giugno, se dal voto dovesse uscire un quadro politico instabile.

La crisi della politica italiana data ormai un quarto di secolo e ancora non se ne vede una plausibile via d’uscita. Il renzismo ha fatto il suo tempo. È naufragato insieme con il Partito democratico e ci ha consegnato un paese in condizioni istituzionali ed economiche più che preoccupanti e alla mercé della demagogia pentastellata. I dati del rapporto Censis, presentato a dicembre, disegnano un quadro allarmante. In un paese in cui la fiducia nella politica non è mai stata particolarmente alta, si registra un ulteriore scadimento: l’84% dei cittadini non nutre fiducia alcuna nei partiti politici e, viene da aggiungere, a ragione, in presenza di soggetti dediti solo a porsi all’attenzione dei media con una vocazione prevalente ad assecondare il governo. Inoltre, ben il 78% non confida neppure nel governo e, al di là delle tanto sbandierate riforme, permane l’ostilità nei confronti della pubblica amministrazione verso la quale il 52% degli italiani non nutre fiducia e, visto come vanno le cose –basti pensare alla sanità – il dato appare anche contenuto. Il sindacato perde pezzi: in un anno le iscrizioni sono calate di ben 180.000 unità. I dati economici non sono poi quelli che si vuole rappresentare, dal momento che il Pil registra un ribasso dello 0,1%.

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31 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

W la Catalogna!

Catalognadi Mario Monforte

Il 27 ottobre 2017, verso metà del pomeriggio, il parlamento catalano ha proclamato la costituzione della Repubblica di Catalogna, come realtà effettivamente autonoma, perciò indipendente dal Regno di Spagna, dato ciò che è questo Regno. I catalani ormai non potevano, né dovevano, fare altro: per tutelare la loro realtà, storica e attuale, la loro autonomia, il loro presente e il loro futuro (peraltro sono autonomisti e repubblicani da sempre, dal tempo della guerra civile del 1936-39, in cui hanno combattuto i golpisti di Franco con estremo valore).

A fronte vediamo il bieco Rajoy, con il patibolare re Felipe, a capo di uno Stato che è post-franchista ma non anti-franchista, quindi para-franchista (ossia fascista, ma pare addirittura quasi un’offesa perfino al fascismo assimilarlo all’ottusità brutale e retriva di Franco e franchisti), che è diventato Regno, restaurato con tanto di Borboni, morendo, dal dittatore Franco: duramente centralista, liberale su alcuni versanti, ma sotto “strettoie”, cioè di destra, di estrema destra. E il post-franchismo ma non anti-franchismo quindi para-franchismo caratterizza il Partito popolare spagnolo, ma anche una serie di posizioni di fondo dello stesso Psoe (Partito socialista operaio spagnolo: che cosí disonora il suo stesso nome). E Rajoy con il suo partito sono affiliati nell’Ue al Partito popolare europeo, a cui (ma guarda un po’!), è affiliato anche Berlusconi con la nostrale Forza Italia. E il bolso è Tajani, presidente del parlamento Ue, che, insieme a quel figuro di Juncker, si è affrettato a proclamare che l’Ue non riconoscerà la Repubblica di Catalogna – e se ne dubitava?

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26 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Volti senz’anima

Renzi e Berlusconidi Massimo Jasonni

Ciò che accomuna il Pd, cosí come ora si presenta nell’immagine dell’attuale segretario, e Forza Italia, come si ripropone nella fotografia di un Berlusconi che sfida la vecchiaia, temiamo non sia solo una momentanea e fugace ipotesi di accordo preelettorale, ma nasconda ragioni di intesa ben piú salde e profonde. Come dire? Nozze d’amore, o se si vuole stare all’idea di solidità del vincolo di Schopenhauer, nozze per interesse. E quale interesse, e con quale forza dettato dal dominio dell’economia.

Certo nel rinnovato dialogo tra Renzi e Berlusconi ci sono anche obiettivi superficialmente strumentali, non ultimo quello dell’accorparsi per cercare di contenere l’assalto dei 5S, divenuti prima forza politica italiana e destinati, nonostante l’ostilità delle fonti di informazione, a crescere di numero. Tuttavia, non è questo che determina la perversa comunanza di intenti; ma un qualcosa che merita un attimo di cura nella riflessione, giacché parliamo di un comune programma di radicale mutamento dell’assetto costituzionale del Paese.

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17 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

La sinistra al bivio

La sinistra al biviodi Giancarlo Scarpari

È passato un anno da quel 4 dicembre 2016 che interruppe il sogno di Renzi di riformare l’Italia. Ma quel risultato è stato archiviato in fretta, quasi si fosse trattato di una semplice sosta in un viaggio da riprendere subito, dopo un semplice cambio della guardia (col passaggio del testimone del governo a Gentiloni) e una nuova investitura al segretario del partito da parte del popolo del Pd (con la celebrazione del rito delle primarie).

Invece è da lì che bisogna ripartire per comprendere quello che sta succedendo oggi, poiché, all’ombra dell’asserita competizione per difendere o meno la Costituzione, si è conclusa quel giorno la prima fase di una lotta politica tra e dentro i partiti – soprattutto in quello democratico – lotta caratterizzata da finalità e scopi che in realtà poco avevano riguardato la difesa dei principi della Carta.

Renzi aveva infatti usato il referendum come clava per vestire definitivamente i panni del leader della Nazione, assumere un controllo totalitario sul Pd e sbarazzarsi, strada facendo, dell’opposizione interna. La sfida baldanzosamente lanciata all’insegna di “Renzi contro tutti” si è risolta invece con la vittoria di “tutti contro Renzi”, poiché lo statista di Rignano è riuscito nella miracolosa impresa di far coalizzare tra loro tutte le opposizioni, dalla sinistra ai grillini ai fascio-leghisti e di fornire, contemporaneamente, utili suggerimenti alle destre in vista delle successive campagne elettorali (suggerimenti prontamente raccolti, come si è visto, nelle amministrative di giugno e, come presto si vedrà, anche in quelle siciliane di novembre).

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14 ottobre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Dieci anni di Pd

Dieci anni di Pddi Rino Genovese

I Prodi e i Parisi hanno oggi di che lamentarsi, ma la responsabilità della tragedia ridicola chiamata Pd è anzitutto loro e dei loro amici, di quelli cioè che credettero di fare un partito, anzi di cambiare un intero sistema politico, a tavolino, con un’operazione da piccoli apprendisti stregoni dediti, nel caso, al gioco del meccano. All’inizio c’era una composita coalizione di centrosinistra, alla fine uno pseudopartito altrettanto composito – ma con una sensibile differenza: esso aveva introiettato il virus del berlusconismo, quello delle formazioni politiche prive di un’identità che non fosse quella di un leader, dei suoi interessi, dei suoi vizi. A quel punto lo pseudopartito, fondato sul mito più o meno plebiscitario delle “primarie”, era del tutto scalabile da un avventuriero qualsiasi. Come poi è avvenuto.

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13 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Cosa fa il Consiglio Superiore della Magistratura?

John Woodcockdi Ferdinando Imposimato

Secondo un apice del Csm, i giudici non possono andare in tv. Davigo non può parlare della corruzione che costa all’Italia 70 miliardi l’anno. Altri 150 miliardi si volatilizzano per esportazione di capitali ed evasione, mentre i governi violano per inerzia la convenzione europea contro la corruzione. I soldi servirebbero a operai, docenti, forze dell’ordine, pensionati.

Il governo Renzi ha creato un’inutile autorità anticorruzione che non serve. Basterebbe attuare la Convenzione eliminando la prescrizione, l’amnistia per i corrotti e stabilendo pene adeguate. Oggi le pene sono ridicole rispetto ai furti. Qualche esempio: la corruzione in atti d’ufficio (art. 318) è punita fino a tre anni; per il furto con destrezza aggravato (art. 624 bis) la pena è da 3 a 10 anni. L’effetto: la corruzione si prescrive sempre, il furto mai. I ladri vanno in galera, i corrotti restano fuori.

Berlusconi ridusse la pena per il falso in bilancio, strumentale alla corruzione. Il Csm farebbe bene a denunziare tali storture chiedendo di attuare le riforme delle Commissioni Pagliaro e Nordio che invece giacciono al ministero della Giustizia perché non convengono né alla destra, né alla sinistra, né al centro.

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26 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Ancora un assurdo Rosatellum

Rosatellumdi Ferdinando Imposimato

Signor Presidente della Repubblica, la legge elettorale cosiddetta Rosatellum, proposta dal Partito democratico e condivisa da Forza Italia è una vergogna. È illegittima e contro l’alternanza. Tende a mantenere al potere le minoranze che, divenute ingiustamente maggioranza (vedi sentenza n. 1 del 2014), ci hanno mal governato con leggi ingiuste sulla scuola, sul lavoro e sulla banche e ci hanno portato sul punto di ruinare.

Questa legge prevede alleanze al primo turno con premio di maggioranza, cosa assurda e intollerabile. Addirittura prevede alleanze a geometria variabile, in modo che a Milano ci si allea con Pisapia e a Palermo con Alfano. Un imbroglio colossale.

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4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

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27 marzo 2017
pubblicato da Rino Genovese

Trump e l’America

Trumpdi Rino Genovese

C’è un modo non superficiale di occuparsi del fenomeno Trump negli Stati Uniti, ed è quello di collocarlo nella storia di quel paese non come un fungo spuntato all’improvviso ma all’interno di una “lunga durata” i cui inizi risalgono ai coloni che, a partire dal Seicento, presero possesso di quelle terre sconfinate: i cosiddetti Pilgrim Fathers.

È quanto fanno con acume Emiliano Ilardi e Fabio Tarzia nel volumetto della collana “In breve” di Manifestolibri (2017), Trump un “puritano” alla Casa Bianca. Gli stessi, del resto, sono autori di un lavoro ben più corposo, apparso da Manifestolibri nel 2015, con il titolo Spazi (s)confinati: puritanesimo e frontiera nell’immaginario americano, in cui, come traspare già dal gioco della “s” tra parentesi, la tesi è la  seguente: gli Stati Uniti sono fondati sulla fascinazione degli spazi vuoti da conquistare e, al tempo stesso, sulla volontà d’introdurre confini in questi spazi (il mito della “frontiera”, che servì tra l’altro da carburante ideologico per lo sterminio dei pellirosse). È l’horror vacui il motore della storia americana, un fortissimo elemento immaginario che, a seconda dei casi, vede davanti a sé un mondo da costruire – il sogno americano – o un’immensa distruzione da sconfiggere (come nel 2001 con l’attacco alle Torri gemelle, che ebbe come conseguenze la legislazione di eccezione del Patriot Act, i prigionieri di Guantanamo posti al di fuori di qualsiasi diritto, e un bel po’ di guerre in Medio Oriente).

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28 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

E se vince il No?

Se vince il Nodi Marcello Rossi

Se vince il no la politica italiana può essere attraversata da diversi scenari. Vediamone alcuni.

Il primo, il più probabile, è che Renzi salga al Colle e rimetta il mandato nelle mani del presidente della Repubblica e questi, che è “creatura” di Renzi, lo rimandi alle Camere per una nuova fiducia. E qui si pone il problema: chi è disposto a dare la fiducia? Se si esclude a priori il M5S, non resta che Forza Italia di Berlusconi-Parisi, ma l’operazione potrebbe essere rischiosa per Forza Italia perché il gruppo che fa riferimento a Brunetta e Toti potrebbe non essere disponibile e potrebbe aprire una crisi in vista di un apparentamento con la Lega e con Fratelli d’Italia. Anche nel Pd, comunque, la fiducia della cosiddetta sinistra non è scontata. Non credo che si vada a una scissione, ma potrebbero prendere corpo un’astensione o addirittura un voto contrario. Ma poi, di fronte a una vittoria del no, Renzi, dopo tutto quello che ha sostenuto, con quale programma potrebbe chiedere la fiducia? È vero che l’uomo è capace di giocare più parti in commedia e con molta disinvoltura promettere mari e monti, ma a tutto c’è un limite. Già in una esternazione che aveva il sapore della verità Renzi ebbe a sostenere le sue dimissioni se il referendum non fosse andato secondo le sue aspettative – e di questo è stato poi ampiamente rimproverato dai suoi – ma a me sembra che una volta tanto abbia detto una cosa giusta e che, di fronte a un risultato negativo, non gli resti che declinare l’invito di Mattarella.

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