17 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Bruxismo

Greciadi Luca Lenzini

«Dal greco Brùcho: “digrignare (i denti)”; consiste
nel digrignamento dei denti facendoli stridere,
dovuto alla contrazione della muscolatura masticatoria,
soprattutto durante il sonno»

Wikipedia, ad vocem Bruxismo

«Prendete due coetanei, suppergiù cinquantenni. Uno fa finanza e negli ultimi anni è diventato molto ricco, l’altro fa impresa e negli ultimi anni ha dovuto vendere l’azienda di famiglia. Destinati a non capirsi e non piacersi, hanno invece scritto un libro a quattro mani. Titolo tratto da una canzone di Jim Morrison: Tutto è in frantumi e danza, sottotitolo L’ingranaggio celeste, editore La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi. Nell’anno 1999 che prometteva di introdurci a un nuovo millennio di benessere e benefici strabilianti portati dalla globalizzazione, Guido Maria Brera, all’epoca 30 anni, era uno dei soci fondatori del Gruppo Kairos, si occupava di hedge fund e stava per entrare, e più volte, nelle classifiche dei super ricchi d’Italia. Edoardo Nesi, 35 anni, era il fiero rappresentante della terza generazione di un’azienda di imprenditori tessili di Prato, gli affari andavano bene e pensava di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Nessuno dei due, nessuno di noi, poteva immaginare la crisi che avrebbe impattato il mondo occidentale. Nesi non poteva immaginare che raccontando la sua vicenda in un libro, Storia della mia gente […], avrebbe vinto il Premio Strega. Brera non poteva immaginare che avrebbe scritto un best-seller, I diavoli […], sui chiaroscuri del suo mestiere, la concentrazione della ricchezza in pochissime mani, l’aumento della povertà, la sparizione della classe media».

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13 Settembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Primavera socialista labour

Labourdi Rino Genovese

Dunque è ormai chiaro: c’è un’ampia fetta di elettorato di sinistra che non ne può più della solita minestra centrista-neoliberista soft. L’elezione di Jeremy Corbyn alla testa del Labour (uno dei partiti storici del socialismo europeo), con quasi il 60% dei voti, su un programma contrario all’austerità e a favore di una ripresa della spesa pubblica, all’interno di una ventata culturale – vorrei dire perfino prepolitica – socialista, è il segnale che si aspettava. Senza una riforma dall’interno dei vecchi partiti, con un semplice movimentismo gruppettaro o con coalizioni tra spezzoni di ceto politico (come ha dimostrato di essere anche Syriza), non può essere sviluppata la lotta contro l’austerità europea, che è oggi la premessa per qualsiasi passo successivo. In fondo la battuta di arresto di Tsipras è stata determinata da questo: il leader greco è stato lasciato solo: né gli Hollande né i Gabriel si sono spostati nemmeno di un millimetro dalle loro posizioni nient’affatto socialdemocratiche ma semplicemente social-liberali.

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16 Luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Grecia, la partita non è chiusa

Tsiprasdi Rino Genovese

Si poteva ottenere un risultato migliore? In astratto sì; nelle condizioni date, no. Con la socialdemocrazia tedesca allineata alle posizioni della Merkel, con un Hollande che solo da ultimo si è un po’ svegliato, con un Renzi che – da buon democristiano italiano – prima si è collocato dalla parte della Germania e poi ha seguito il presidente francese nella mediazione, con uno schieramento di Stati minori pronti a decretare l’uscita punitiva della Grecia dalla zona euro, beh, in queste dannate condizioni – che altro non sono se non il neoliberismo come cultura e pensiero pressoché unico del nostro tempo –, in queste dannate condizioni il compromesso che Tsipras ha portato a casa è onorevole seppure insoddisfacente.

Ma – si dice – c’era stato un referendum che aveva detto no al 61%… Il referendum, rafforzando Tsipras all’interno, si è rivelato a conti fatti uno strumento che ha fatto venir fuori tutto il livore contro la piccola Grecia per il coraggio dimostrato nel dare ragione a un partito di sinistra cosiddetta radicale, ma è servito a togliere dal tavolo l’opzione che prevedeva un cambio di governo ad Atene. Il governo greco, con le successive dimissioni del troppo rigido Varoufakis, ha mostrato di esserci, di voler restare, e al tempo stesso di volere ricercare un compromesso europeo. La possibilità – di cui cianciano alcuni – di un’uscita dall’euro in quattro e quattr’otto (magari con gli aiuti “umanitari” europei) era una non-possibilità con un’economia ridotta in quello stato, con una difficoltà di approvvigionamento di denaro che già oggi pesa sulla vita quotidiana della popolazione, con una dracma che, reintrodotta, varrebbe un po’ come i soldi del Monòpoli, con un prevedibile doppio corso della moneta che avrebbe spinto i cittadini greci all’accaparramento degli ultimi spiccioli di euro in uno scenario da incubo finanziario. Del resto il referendum non era stato sulla permanenza o meno della Grecia nella zona euro; era stato immaginato per rimanere al suo interno con un di più di legittimità democratica.

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12 Luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

La destra europea contro la Grecia

destra europeadi Rino Genovese

Se ci fosse bisogno di un’unità di misura per stabilire cos’è la destra davvero – non quella fascista ma quella placidamente violenta e liberale –, allora la vicenda che si sta dipanando sotto i nostri occhi in queste ore potrebbe servire da metro. Si vuole farla pagare a un intero paese, mettere alla fame i greci più di quanto già non siano, rischiare un clima di disordine finanziario che può giovare solo ai neonazisti, e punire così dei liberi cittadini che hanno osato esprimersi a larga maggioranza per il no ai diktat.

Tsipras ha fatto benissimo a interpretare il no al referendum come un mandato più forte per trattare, non come una volontà di rottura e di uscita dall’euro. Ha dimostrato abilità politica sia nel prendersi il rischio di un voto popolare sia, successivamente, nell’accettare le dimissioni di Varoufakis in modo da rendere la trattativa più credibile. Ha poi fatto un passo che solo degli sprovveduti potevano considerare come una cessione delle armi: ha sottoposto al parlamento un pacchetto di misure atto a stanare la destra europea (che oggi ha il suo leader nel ministro delle finanze tedesco) al fine di mostrare chiaramente da che parte sta l’arroganza e chi vuole la rottura.

Come scrivevo nel mio precedente intervento sull’argomento, sta nella possibilità di trovare una sponda nel socialismo europeo il destino della battaglia anti-austerità in Europa. Di ciò, con la sua strategia stop and go, Tsipras appare del tutto cosciente. È mettendo a tacere le voci più estreme all’interno (si pensi che in Syriza c’è anche una componente trotzkista), e ricercando l’intesa con uno come Hollande all’esterno, che la partita greca può essere vinta. Nella consapevolezza che, se dovessero passare i falchi, non soltanto la zona euro ma la stessa fragile costruzione europea sarebbe a rischio implosione.

7 Luglio 2015
pubblicato da Il Ponte

Il referendum in Grecia

referendum greciadi Vincenzo Accattatis

– Il no in Grecia stravince: 61,31% contro il 38,69% dei sì.

– Editoriale del «Guardian» (6 luglio): Creditori e debitori. I creditori miopi che vanno a sbattere. Il plebiscito greco sveglierà i creditori? I leader europei hanno cercato di terrorizzare i greci, ma non ci sono riusciti. I greci hanno coraggio.

– Cocente sconfitta di Angela Merkel.

– Tsipras emerge come leader europeo.

– I leader europei non hanno rispettato i limiti.

– Hanno fatto una vistosa invasione di campo.

– Hanno preteso di dire ai greci per chi votare: «Se voterete no la Grecia sarà perduta, finita».

– I leader europei stanno conducendo l’Europa alla rovina.

– I popoli europei devono costringerli a cambiare.

– I popoli europei devono essere sempre più decisi contro i “creditori” e i loro rappresentanti in Bruxelles.

– La costruzione di un’Europa democratica è operazione di lunga lena, è opera di persone serie.

– Programma immediato:

rimettere la Grecia in sesto, toglierle il cappio dal collo.
Ora che l’austerità in Europa è fallita e che la democrazia finalmente comincia a riemergere, i leader europei devono drasticamente cambiare politica. I popoli devono costringerli a farlo.

5 Luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

La Grecia tra il sì e il no

Greciadi Rino Genovese

Forse non c’era altro da fare, e del resto già qualche anno fa il governo socialista aveva tentato di indire un referendum sull’Europa (dovendo poi rapidamente capitolare), ma la scommessa di Tsipras e Varoufakis è di quelle che fanno tremare le vene i polsi. Perché la questione proposta oggi, domenica 5 luglio, all’elettorato greco non è di quelle che si lascerebbero sciogliere con un referendum. La paura del peggio, che spinge ad attenersi al noto per quanto nero sia, può facilmente prevalere sulla speranza del meglio, che invece ha le sembianze dell’ignoto. È la sensazione di un salto nel buio che potrebbe indurre gli elettori a dare una maggioranza al sì. Sull’altro piatto della bilancia non c’è l’uscita della Grecia dalla zona euro – sebbene questa sia una minaccia che viene fatta pesare –; l’ignoto ha piuttosto i contorni della crisi immediata e prolungata, con una Bce che, stringendo i cordoni della borsa, provocherebbe la chiusura a tempo indeterminato delle banche, con tutte le ricadute immaginabili, e già oggi evidenti, sulla vita quotidiana delle persone. È il perpetuarsi della sfida che incute paura.

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26 Febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

La scesa in campo di Landini e la sinistra italiana

Landinidi Fabio Vander

L’intervento di Maurizio Landini in forma di intervista al «Fatto quotidiano» di domenica 22 febbraio, è importante, ma richiede da subito approfondimenti e precisazioni.

Importante che si muova qualcosa a sinistra. Era il segnale che molti aspettavano. Dopo aver passato autunno e inverno con mobilitazioni di piazza (manifestazione del 25 ottobre, sciopero Cgil-Uil, sciopero “sociale”, mobilitazioni pro-Grecia di Tsipras, ecc.), era evidente che mancava il precipitato politico di tutto ciò. Non si riusciva mai ad arrivare al punto. L’assenza della sinistra sulla scena politica italiana si è fatta sempre più grave. L’intero panorama politico del Paese ne ha risentito e ne risente. Il successo di Renzi è anche se non soprattutto conseguenza di questo. Cioè del combinato disposto del fallimento della sinistra interna al PD, quella di Bersani, che nel 2013 ha perso l’ennesima sfida elettorale, come della inesistenza della sinistra radicale, per colpa di Vendola e Ferrero, di Sel e di Rc.

Come prevedibile non era con le manifestazioni di piazza che si poteva surrogare alla mancanza della sinistra. Né con iniziative “dal basso” come la raccolta di firme per un referendum contro la legge Fornero sulle pensioni. Anche qui puntualmente fallita. La cosa è passata anzi sotto silenzio. Non sarebbe invece il caso di parlarne? La lezione andrebbe imparata. E invece si sente dalla Camusso ventilare la proposta di raccolta di firme contro lo Jobs Act ed eventualmente un altro referendum.

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28 Gennaio 2015
pubblicato da Il Ponte

Se non ora, quando? Syriza e l’Italia

Syriza e l’Italiadi Fabio Vander

La vittoria di Syriza è ovviamente una buona notizia. Avrà importanti ripercussioni e di lungo periodo in Europa. E non solo certo nella sinistra “radicale”. L’agenda può e deve cambiare. In fatto di politiche economiche in primis, ma poi soprattutto in fatto di politica qua talis.

A pensarci bene è la prima volta da anni che la sinistra riesce a porsi in Europa come protagonista. Che riesce, cioè, a occupare il centro della scena, da posizioni autonome e contribuendo appunto a mutare l’agenda.

Le note dolenti riprendono però non appena si ritorna con lo sguardo al panorama italiano. Qui gli strepiti di Sel e Rifondazione per la vittoria di Syriza hanno solo del provinciale. Quello che c’è da aspettarsi da gente che ha proposto la Lista Tsipras (unico caso in Europa di “importazione” di leader e di parole d’ordine) o la Brigata Kalimera.

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26 Gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Oggi in Grecia, domani in Italia?

Greciadi Rino Genovese

Dunque Syriza ce l’ha fatta: è arrivata a sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi e Tsipras sarà il primo leader europeo apertamente contro l’austerità. Una buona notizia da molto tempo a questa parte. Ma, pur nell’aria di festa di queste ore, non possiamo non osservare che il clima nel continente resta molto difficile. Anzitutto – è il caso di sottolinearlo – il voto greco è la spia di una condizione di impoverimento – con il taglio selvaggio dei salari, degli stipendi e delle pensioni – a cui la “troika”, con la sua cura da cavallo, ha ridotto il paese. In altre parole, è più il frutto di una reazione all’insopportabilità di una ricetta di politica economica che una scelta di sinistra. C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, i greci non si siano indirizzati verso l’estrema destra – ma l’analisi razionale del dato oggettivo non può che registrare questo fatto: è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione.

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26 Maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Riecco la Dc

pddcdi Rino Genovese

Un commento al risultato italiano viene alle labbra spontaneo: siamo di fronte a un ritorno della Dc. Così come la vecchia Balena bianca riuscì a drenare – in grandi quantitativi e a lungo – il voto moderato italiano, cuocendo nel proprio calderone le spinte di estrema destra e quelle populistiche (non dimentichiamo il capolavoro di distruzione politica compiuto dalla Democrazia cristiana degasperiana nei confronti dell’Uomo qualunque), allo stesso modo il Pd, passato attraverso un forte lifting berlusconiano con il volto di Matteo Renzi, riesce a prendere i voti conservatori (in Italia tradizionalmente con forti radici plebiscitario-carismatiche) e quelli a favore di un confuso cambiamento recuperando in larga parte il voto grillino. Un risultato così massiccio era inatteso. Che vincesse Renzi, lo si poteva dare per scontato (nonostante l’allarmismo mediatico che vedeva l’inseguimento a ruota di Grillo), ma certo non in questa misura. Il paese ha preferito affidarsi al più giovane anziché al più vecchio – e in ciò si può perfino trovare un grano di saggezza. Ma l’ampio elettorato di sinistra che ha votato Renzi, perché altro non si poteva nella situazione data, deve sapere che ha contribuito alla prospettiva di una nuova Balena bianca. Niente di più e niente di meno.

La lista Tsipras ce la fa per il rotto della cuffia. Meglio che niente, tuttavia. Si profila dinanzi a questo agglomerato di gruppi e personalità il problema, non piccolo, di come ancorare poco più di un milione di voti a un’organizzazione stabile che – se anche non la si voglia chiamare partito – dovrebbe cercare di essere qualcosa di più di una minuscola armata Brancaleone. La questione resta quella del socialismo. O si abbraccia decisamente l’idea di un rilancio – certo, con una modulazione differente dal passato – di una forza politica che sia insieme socialista ed ecologista, o si resterà al palo. Per giunta l’attuale successo renziano chiude i giochi, per un periodo probabilmente non breve, all’interno del Pd: la sua ala sinistra interna – ammesso che esista – si farà piccola piccola per non disturbare troppo il leader e ottenerne in cambio qualche vantaggio. Dunque a sinistra si resterà soli: e bisognerà avere tutta la pazienza, e una capacità di tenuta, per non disperdere le proprie energie.

Dal punto di vista generale, le elezioni sono andate proprio maluccio. È vero che non c’è una temibile debordante ondata euroscettica (a parte il caso, del resto previsto, di Marine Le Pen in Francia), ma il punto è che i partiti conservatori e di destra avranno più seggi di quelli dei partiti del socialismo europeo e della sinistra radicale (nonostante il successo di Syriza in Grecia), e che una fine dell’austerità, con questo parlamento europeo, non s’intravede. Tutte le forze di progresso dovrebbero unirsi attorno a una piattaforma comune (qui sto includendo naturalmente anche Renzi, nella misura in cui il suo è un partito di centrosinistra) basata su almeno un paio di punti caratterizzanti una politica economica e sociale europea che miri a una ripresa.