Buchi neri in economia

Buchi neridi Piergiovanni Pelfer

L’immagine diffusa dall’EHT (Event Horizon Telescope)del buco nero M87 è magnifica e avrebbe dovuto creare sui media una discussione ampia e approfondita, sia per il modo attraverso cui è stata catturata – è stato necessario infatti organizzare una grande collaborazione internazionale alla quale hanno collaborato un gran numero di radiotelescopi distribuiti sulla superficie terrestre da nord a sud, da est a ovest oltre a due grandi centri di calcolo per l’elaborazione dei dati e un grande numero di gruppi di istituti di ricerca e di università di tutto il mondo. Ancora una volta la big science dimostra che, quando c’è la volontà comune e il comune interesse, si possono raggiungere obiettivi che nessun paese da solo potrebbe raggiungere. Se poi si considera la spesa per un tale esperimento, possiamo affermare con certezza assoluta, anche senza conoscere i bilanci finanziari, che è trascurabile rispetto, per fare un esempio, a quanto la signora MacKenzie avrebbe ottenuto dall’ex marito Jeff. Il valore dell’accordo fra i due ex coniugi Amazon si attesta, secondo le stime di Forbes, intorno a 36 miliardi di dollari. Ma su questo discorso torneremo in seguito.

Tanto per fare un esempio l’European Southern Observatory (ESO), l’Organizzazione Europea per le Ricerche Astronomiche nell’Emisfero Australe rivolta allo sviluppo delle ricerche astronomiche con grandi telescopi, ha un budget annuale di 156 milioni di euro, a cui l’Italia contribuisce per circa 17 milioni. Nel 2019 l’Italia ha assegnato un contributo integrativo di circa 6 milioni per la realizzazione dell’Event Horizon Telescope tramite l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) che partecipa all’impresa. E questo è un dato e il confronto con la cifra pagata per il divorzio tra i coniugi che chiameremo “Amazon” è impietoso.

Riprendiamo in considerazione l’immagine del buco nero, o meglio dell’orizzonte degli eventi, che definisce la sfera nera una enorme regione dell’Universo, dalla quale nessun segnale in forma di particelle o di radiazione elettromagnetica potrà mai partire verso la Terra e permettere una conoscenza pari a quella che abbiamo delle stelle e di altri corpi celesti. Tutti i segnali che entrano o vengono generati dentro l’orizzonte degli eventi rimarranno confinati dentro questa regione a causa della curvatura dello spazio-tempo prodotta da una massa equivalente a 6,5 miliardi di volte di quella del Sole. Quello che si riesce a vedere è quello che accade all’esterno dell’orizzonte degli eventi dove si accalcano stelle, polvere galattica e detriti di ogni genere vorticando furiosamente in un tumulto infernale prima di precipitare nel buco nero e raggiungendo temperature di milioni di gradi.

I buchi neri rappresentano il fenomeno che potremmo chiamare “fine del mondo”? Non sembra essere così, almeno secondo alcune teorie che estendono i concetti della meccanica quantistica alla teoria della relatività generale.

Ora, di fronte a questo complesso di questioni di grande interesse ci saremmo aspettati l’apertura di un acceso dibattito tra scienziati, filosofi, artisti, giornalisti sui paradigmi, che sono il riferimento del nostro comune pensare l’Universo, la Terra e gli uomini che, come diceva Dante, «in questa aiuola che ci fa tanto feroci» vivono la loro vita. Che fine farebbe in questa nuova immagine dell’universo derivata dai nuovi dati osservativi l’idea di Cosmo, cioè di quell’Universo ordinato e armonico che faceva affermare a Immanuel Kant nella conclusione della sua Critica della ragion pratica: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me». Ora, questa frase, oltre a confermare l’adesione entusiastica di Kant al paradigma meccanicistico e all’ipotesi del “dio orologiaio” creatore di un universo ordinato secondo leggi matematiche eterne e immutabili, nata con Cartesio e Galileo e definitivamente consolidata da Newton, estende questo ordine all’uomo stabilendo l’esistenza di una legge morale già scritta in ogni uomo.

Lo sviluppo delle conoscenze astrofisiche rende impossibile accettare il paradigma meccanicistico, perché le immagini dell’universo che vediamo, anche attraverso il telescopio satellitare Huble, disponibili sul web, ci mostrano un Universo violento, nel quale la vita e l’uomo sembrano piuttosto delle eccezioni in un deserto e in un ambiente scosso da cataclismi di ogni genere. A Leopardi, a cui bastava il Vesuvio, il «formidabil monte sterminator Vesevo», per mostrare la fragilità dell’uomo e l’assoluta indifferenza della natura per la sorte dell’intero genere umano, questa nuova immagine di un universo violento, e di una natura quindi indifferente al destino dell’uomo, avrebbe dato una conferma delle sue idee sulla natura. L’uomo non è il centro dell’universo, l’universo non è fatto per l’uomo, è ostile, violento, strano, ma comunque non è impermeabile alla nostra mente e può essere decifrato.

Invece dobbiamo osservare che, se nell’ambiente scientifico il paradigma meccanicistico è stato abbandonato da più di un secolo con la nascita della meccanica quantistica, della teoria della relatività, delle teorie del caos, nell’ambiente economico siamo ancora al meccanicismo della fisica classica con qualche lieve aggiustamento che può far credere che l’atteggiamento sia cambiato. Non si cerca più di dare alle varie discipline economiche una formulazione meccanicistica, ma è ancora diffusa l’opinione che sia indispensabile dare alle varie teorie elaborate un impianto teorico, che abbia un ordinamento logico di concetti aritmomorfici, estratto mediante la formulazione matematica. Tale formulazione è chiaramente ispirata alla fisica classica e dimostra che il paradigma meccanicistico è rimasto sostanzialmente immutato.

L’attuale grido di battaglia dell’esercito degli economisti non è più che tutte le scienze economiche debbano imitare la meccanica, ma che non ci sia più nessuna scienza economica senza teoria. Tuttavia, il cambiamento non va più in là dell’apparenza, perché per teoria s’intende normalmente un archivio logico della conoscenza economica di cui la geometria e la meccanica costituiscono i modelli. Ecco spiegata la ragione per cui determinismo e riduzionismo, cioè le leggi dell’economia, sono scritti in modo indelebile sulla pietra e i sistemi economici, che sono complicati, possono essere scomposti in sistemi semplici più facili da analizzare per dominare consapevolmente, e più spesso inconsapevolmente, il dibattito sull’economia, ignorando la realtà disastrosa dell’economia globale ispirata al paradigma meccanicistico, nella stessa maniera in cui il famoso personaggio manzoniano Don Ferrante continuava a negare l’esistenza della peste, di cui sarebbe morto. A dimostrazione che se è certo che di peste si può morire, si può morire, e si muore, anche per effetto di un paradigma economico sbagliato.

E per rimanere in tema, volgiamo il nostro sguardo all’universo economico e, come novelli “astroeconomisti”, vediamo se tra i numerosi casi che sono oggetto della nostra indagine si osservano “buchi neri”. Uno è stato scoperto da molti anni ed è stato illustrato e discusso in varie sedi. Gli assegneremo un nome, come si usa fare in astrofisica: il “buco nero” in questione si chiamerà 99×1, che significa che della ricchezza prodotta nell’universo economico terrestre l’1% della popolazione possiede quanto il restante 99%, cioè 99 per 1 come nel nome.

La signora MacKenzie fa parte dell’1% della popolazione mondiale. Ed eccoci ritornati all’inizio di questo breve scritto. Le spiegazioni dell’esistenza di questo “buco nero” nell’universo economico sono state molte, alcune convincenti altre meno. Per esempio, qual è la forza o le forze, per rimanere nel paradigma meccanicistico, che attraggono la ricchezza verso questo “buco nero” nell’universo economico, che si possa considerare analoga al campo gravitazionale per M87? Il suggerimento è di organizzare una collaborazione internazionale del tipo di quella costruita per l’Event Horizon Telescope, che riunisca osservatori economici, istituti di ricerca, economisti, storici, filosofi per ricostruire e spiegare la formazione di questo enorme buco nero 99×1. E come teoria di partenza, sempre ovviamente da verificare con i fatti, si potrebbe prendere quella usata da Rousseau nel suo scritto Sull’origine della diseguaglianza in cui spiega come il passaggio nell’Inghilterra del XVII secolo alla proprietà privata attraverso le recinzioni dei terreni (enclosures), che erano beni comuni dei villaggi (commons), abbia creato la disuguaglianza. Ma nel caso del buco nero 99×1 la diseguaglianza ha raggiunto limiti incomparabili con le diseguaglianze che hanno segnato la storia ed è apparentemente inspiegabile dopo le tante rivoluzioni degli ultimi secoli fatte in nome della liberté, égalité e fraternité. Già però Ippolito Nievo per spiegare il significato che Napoleone dava a queste tre parole, con sarcasmo aggiungeva: «i francesi in carrozza e i veneziani a pé».

Il buco nero M87 è il centro di eventi catastrofici, ma anche il buco nero 99×1 lo è già stato e lo sarà sempre di più nel futuro se non troveremo una strategia internazionale per azzerarlo, almeno parzialmente. Quale crescita, concetto che appartiene ancora chiaramente al paradigma meccanicistico e che riduce lo sviluppo economico a un andamento lineare della crescita della produzione e del consumo di merci, infatti, potrebbe mai cambiare le condizioni materiali degli abitanti della Terra se il 99% della ricchezza prodotta continuasse a essere assorbita dal buco nero 99×1? È urgente cambiare paradigma se si vuol comprendere l’universo dell’economia e trovare le soluzioni per i grandi problemi che pesano sulla vita di ognuno di noi.

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