Governo a termine

Governo a terminedi Giancarlo Scarpari

Così, dopo un anno di sondaggi mediatici, sui cui esiti veniva ogni giorno calibrata la campagna politica dei partiti, il governo del cambiamento alla fine ha dovuto sottoporsi alla verifica del più concreto sondaggio elettorale, che, almeno, ha cancellato molte chiacchiere inutili e ha costretto gli osservatori a misurarsi con alcuni dati della realtà.

Molti di questi, tuttavia, erano emersi sin dall’inizio e riguardavano proprio la natura di questa nuova forma di governo, non prevista dalla Costituzione vigente, posto che, per un contratto privato, due viceministri stabilivano l’agenda politica, dettavano le priorità e il presidente del Consiglio, un illustre sconosciuto definito l’esecutore, era chiamato ad applicarle (con evidente stravolgimento dell’art. 95 Cost. che, logicamente, prescrive l’opposto).

Senonché questa “anomalia”, imposta al presidente della Repubblica anche con la minaccia di una sua messa in stato d’accusa, passava subito in seconda linea di fronte alla pubblicizzata compattezza dell’esecutivo, manifestatasi con la concordata spartizione dei posti di governo e di sottogoverno, con la comune volontà di occupare ogni articolazione del potere statale (dalla Rai, alla Consob, all’Inps, all’Istat, ecc.) e col programma unitario di “mantenere le promesse fatte”.

Ovviamente, l’identica parola d’ordine faceva riferimento a progetti diversi: per i primi mesi il procedere unito del governo era scandito solo dalla competizione interna per la priorità da riservare alle singole leggi di bandiera, che dovevano avanzare appaiate e realizzarsi, comunque, prima delle elezioni europee; trovava poi il suo culmine nella votazione del Def, quando i contraenti, cancellato in silenzio l’asse portante della loro campagna elettorale (l’uscita dalla Ue, la battaglia contro i suoi vincoli, ecc.), si adattavano alle richieste di Bruxelles, pur di evitare il procedimento di infrazione prima del 26 maggio; e approdava infine al provvisorio epilogo nella votazione congiunta volta a evitare il processo penale per sequestro di persone al viceministro Salvini per la vicenda della nave Diciotti.

Ma strada facendo – e quest’ultima votazione l’avrebbe messo in risalto – l’anomalo governo iniziale, “a guida Conte”, aveva partorito un’ulteriore anomalia, facendo nascere un secondo esecutivo in fieri, “a guida Salvini”, sostenuto in parlamento dall’intera “opposizione” di destra; e se Il primo aveva votato compatto le leggi sul reddito di cittadinanza, su quota 100 e il Def, il secondo, con il partito di Di Maio ridotto a ruota di scorta, aveva sostenuto il Decreto sicurezza, la difesa “sempre legittima” e l’impunità per il Capitano, dando così plastica rilevanza a un governo con due esecutivi, sorretti da altrettante distinte maggioranze parlamentari.

A questo punto la scadenza delle elezioni del 26 maggio faceva saltare questo già precario e anomalo equilibrio: il carattere europeo della competizione e la legge proporzionale che la regolava rendevano più complessi i giochi, poiché i due partiti del governo Conte, non dovendo più convenire su ciò che li univa e dovendo invece sottolineare ciò che li differenziava, inauguravano non un confronto sui programmi e sulle tematiche da affrontare in Europa (programmi inesistenti o lasciati prudentemente nel cassetto, per non richiamare alla memoria le precipitose retromarce dei mesi precedenti), bensì una serie di risse, attacchi personali, proposte più o meno provocatorie a uso dei social e delle televisioni serventi.

In questo imperversare, l’esecutivo Conte cessava praticamente di governare, approvando, “salvo intese” decreti definiti urgenti – il c.d. Sblocca cantieri e il Decreto crescita – e tuttavia rimessi in un cassetto per intere settimane, a causa dei continui litigi interni; in compenso, sui media, Di Maio tentava di ritornare alle origini, utilizzando la bandiera della “legalità” in occasione delle vicende giudiziarie dei leghisti Siri e Fontana, cercando di recuperare i consensi persi per la lunga sudditanza a Salvini, opponendosi così, improvvisamente, a tutte le iniziative di quest’ultimo; mentre il Capitano, guardando alla sua seconda maggioranza, si scopriva improvvisamente “garantista”, rilanciava la Flat Tax al 15% e l’autonomia tutta speciale per il Lombardo-Veneto: la Meloni si dichiarava subito pronta a sostituire quella zavorra “di sinistra” e Berlusconi cercava di salire sull’ultimo treno, dichiarandosi disposto a formare alleanze anche con i «sovranisti illuminati».

Finalmente il 26 maggio poneva un punto fermo a questa penosa pantomima. L’esito del voto fotografava alcune evidenti novità, le cui incidenze sulla scena politica si rivelavano però diverse a seconda degli scenari considerati.

A livello propriamente europeo, malgrado Salvini – con scarso controllo di parole e di concetti – avesse spacciato queste elezioni per «un referendum tra la vita e la morte, tra passato e futuro, tra Europa libera e Stato islamico basato su precarietà e paura» nulla di tutto questo era in gioco e nulla del genere si è ovviamente verificato. Le forze cui Salvini faceva riferimento e che aveva schierato nella parata milanese del 18 maggio sono complessivamente aumentate di peso, ma l’Enf, il raggruppamento che comprende la Lega e il Rassemblement National della Le Pen, ha ottenuto 58 seggi sui 751 complessivi, le altre formazioni sono disperse in coalizioni varie, i 13 deputati di Orban restano per il momento con i popolari e i 29 di Farage sono entrati nel Parlamento europeo per uscirne presto. Insomma in Europa la Lega era e continua a essere un nano politico ed è per giunta isolata, al di là dei proclami del Capitano, poiché il debito pubblico, che in quest’anno di governo è ulteriormente aumentato in Italia, la rende un alleato assai improbabile per coloro che pure ne condividono le iniziative contro l’immigrazione.

Di contro il Ppe e i socialdemocratici (con il Pd), pur notevolmente dimagriti in queste elezioni, possono contare, rispettivamente, su 180 e 146 seggi, sulla concreta possibilità di allearsi con l’Alde dei liberali e di Macron (109 seggi) ed eventualmente con i Verdi di Ale (69 deputati): le elezioni hanno semplicemente spostato gli equilibri tra i gruppi “europeisti”, impedendo la riproposizione dell’alleanza esclusiva tra popolari e socialdemocratici e aumentando di conseguenza la competitività interna in vista delle scelte istituzionali più rilevanti (Commissione e Bce, su tutte).

Nessun terremoto, dunque, si è verificato, anche se il futuro si presenta problematico: le forme e, soprattutto, i contenuti dell’alleanza che si profila diranno se i vecchi partiti hanno imparato qualcosa dalla crisi da essi provocata negli anni passati, se le nuove formazioni saranno in  grado di apportare al governo europeo istanze di reale rinnovamento e se la fase della politica di austerità debba considerarsi chiusa definitivamente o se, invece, ricalcheranno, con retoriche di facciata o mere correzioni marginali, ricette e prassi precedenti. In tal caso, si può star certi, saranno solo in grado di produrre disuguaglianze crescenti, rabbie impotenti, ricerca pilotata di capri espiatori, prepareranno il terreno ideale per una crescita rapida delle destre sempre più nazionaliste e aggressive e accentueranno la crisi sempre meno reversibile della costruzione dell’Unione europea, comunque la si voglia configurare.

Diversa risulta, invece, l’incidenza dell’esito del voto sulla situazione italiana. Qui il nano europeo appare un gigante, essendo riuscito a capovolgere i rapporti di forza col socio di governo, passando in un anno dal 17,4% di consensi ottenuti alla Camera nel marzo del 2018 al 34,3% del maggio del 2019, mentre Di Maio è riuscito nell’altrettanto memorabile impresa di prosciugare il successo dell’anno precedente, passando dal 32,7% al 17,1% dei voti conseguiti. È vero che a quest’ultima tornata elettorale hanno partecipato 2.524.795 elettori in meno, per cui i raffronti tra le due votazioni non sono tecnicamente corretti, ma sono i numeri reali a rappresentare ancora più efficacemente l’impressionante divaricazione: 3.443.359 nuovi elettori per la Lega di Salvini, 6.195.538 quelli perduti, invece, dal partito di Di Maio. Niente di imprevisto, sia chiaro, poiché l’ascesa dell’uno e la caduta dell’altro erano state monitorate giorno per giorno dai loro successi o insuccessi mediatici; e tuttavia la disillusione e l’allontanamento di coloro che avevano votato il M5S sono andate al di là di quanto previsto dagli stessi sondaggi.

Dopo il 26 maggio, tuttavia, il governo Conte può continuare a vantare un consenso pari al 51,4%, ma questo gli conferisce una stabilità solamente apparente, visto il terremoto avvenuto al suo interno e che ha innestato dinamiche non facilmente controllabili; ma non sarà solo per questo stravolgimento che sarà ricordato l’operato di Di Maio, quanto piuttosto per l’aver prodotto e avallato, con rara insipienza politica, la crescita, vertiginosa e non resistita, della destra estrema in Italia.

Infatti, oltre ai consensi per la Lega, sono aumentati anche quelli del partito post-fascista della Meloni, che, collocatasi sulla scia di Salvini, ha ottenuto un incremento di 293.000 voti, pari al 2% in percentuale; e il risultato raggiunto già oggi consente alla Lega e a Fd’I, fermi un anno fa al 31,8%, di superare la fatidica barriera del 40%, un dato che, con la legge elettorale attuale, già consentirebbe loro di varare un nuovo governo (e, dati alla mano, una proiezione prevede, per i due partiti associati, la conquista di 328 seggi su 618 alla Camera e di 162 su 309 al Senato). In più con FI, sia pure dimezzato e ridotto a serbatoio di voti per i due soci in ascesa, il “governo Salvini” al completo, che già abbiamo visto in fieri nei mesi passati e che oggi già supera il 49%, potrebbe, in caso di elezioni anticipate, dare probabilmente forma e contenuto al prossimo esecutivo.

Il Capitano, a differenza di Di Maio che ha esaurito le promesse e che è finito in un vicolo cieco, può infatti incrementare ulteriormente le attese (e i consensi), continuando la campagna elettorale e annunciando sempre nuove misure contro l’immigrazione (una politica che funziona in Ungheria dove non ci sono immigrati, figurarsi da noi dove il Capitano con i suoi decreti-sicurezza ha aumentato il numero dei “clandestini” e dei “senza diritti”) e nuove opportunità per i ceti di riferimento (il giorno dopo le elezioni ha rilanciato infatti una Flat Tax da 30 miliardi e nuovi corposi condoni per le imprese).

Il messaggio veicolato da Salvini è quello, tradizionale, della “difesa della roba” (no alla “patrimoniale”, via a lacci e lacciuoli per le imprese, sanatorie e condoni mirati, ecc.); ma con una importante precisazione, perché chiarisce che quella che va salvaguardata è, innanzitutto, «la roba degli italiani». E ciò anche a costo di invertire la tradizionale scala dei valori, dato che quell’obiettivo deve essere raggiunto anche col sacrificio della vita (degli altri): il ladro che tenta l’effrazione e spaventa il proprietario può essere ucciso immediatamente sul posto (la difesa è sempre legittima); il migrante che sta per arrivare, considerato un ladro potenziale, o peggio, deve, con azione preventiva, essere riportato nei lager libici o, peggio, essere abbandonato alla sua sorte e finire annegato (e una Ong disobbediente merita, secondo Salvini, di essere addirittura sanzionata con 5.500 euro per ogni migrante salvato). Poi, dopo aver imbracciato un fucile, il Capitano si è presentato nelle piazze, baciando il rosario e invocando la Madonna.

Un progetto politico chiaro, come chiara (e inquietante) è la cultura che l’ha prodotto.

Siamo in una fase di transizione , tra un governo Conte già segnato da queste caratteristiche e la prospettiva di un “governo Salvini” deciso ad andare anche oltre: pronto a difendere, oggi, con le speciali autonomie richieste, soprattutto “la roba” degli italiani del Nord, alterando così profondamente gli equilibri Stato-Regioni stabiliti dall’art. 117 Cost.; e pronto, domani, a incidere ulteriormente sulle articolazioni dello Stato, potendo, con una maggioranza più coesa, cambiare la legge elettorale ed eleggere un presidente della Repubblica a essa omogeneo.

Solo un avventurismo eccessivo del Capitano o la reazione dei mercati (l’Italia è in stagnazione, lo spread a maggio è a quota 290%), ancor prima degli avvertimenti provenienti dall’Europa (subito dopo il voto è infatti arrivata l’annunciata lettera di richiamo) sembrano in grado di interrompere questo processo, non certo la forza dell’attuale opposizione parlamentare.

Di fronte a questa realtà e, soprattutto, di fronte a una simile prospettiva, il Pd, infatti, è giunto alla scadenza del 26 maggio praticamente disarmato, senza una propria identità e senza capacità alcuna di incidenza.

Le elezioni, com’era logico vista la paralisi dell’anno trascorso, sono servite infatti solo per raggruppare le stanche membra di un partito che non è più tale; Zingaretti, timoroso di nuove fratture, ha tenuto insieme tutte le sue componenti, perdendo ugualmente 120.000 voti rispetto a quelli conseguiti dal partito nel marzo 2018, migliorando in percentuale solo per il calo dei votanti, superando il M5S grazie alla sua caduta libera, “tenendo” tuttavia in alcune grandi città nelle contemporanee elezioni amministrative (ma il Pd è stato sconfitto in Piemonte e questo risultato ha consegnato alla destra il governo di tutte le regioni del Nord).

Persa l’identità, il Pd non l’ha più ritrovata; e il giorno dopo le elezioni il candidato più votato, Calenda, ha pensato di fornirgliene addirittura due, suggerendo una scissione concordata, con una proposta rivolta a sinistra e un’altra, la sua, destinata al centro.

L’iniziativa, se rivela cosa stia covando sotto l’immagine unitaria del partito offerta in occasione del 26 maggio, si presenta come operazione di piccolo cabotaggio nella forma e illusoria nella sostanza: a sinistra non sembra vi siano fertili praterie, ma solo terre desertificate (i risultati di «la Sinistra»,1,8% e del Partito della Rifondazione Comunista, 0,88%, parlano da soli); il mitico centro è diventato un non luogo, progressivamente svuotato dai c.d. moderati, ormai da tempo affluiti altrove; dei milioni di elettori che avevano votato il M5S e che l’hanno abbandonato, neppure il 3%, secondo l’analisi dei flussi fatta da Pagnoncelli, ha scelto il Pd (il 14,4% ha preferito infatti votare Lega); dal grande mare dell’astensione, infine, nessuno sembra aver fatto ritorno.

Se tutto questo è successo una ragione ci sarà. Evitare di sciogliere questo nodo e preoccuparsi solo di cercare, da subito, improbabili alleanze, non risolverà il problema, ma solo ne sposterà nel tempo la soluzione, rendendola però, in tal modo, sempre più ardua.

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