12 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Dallo spettro del governo neutrale al governo M5S-Lega

Sergio Mattarelladi Mario Monforte

La “stramberia” costituzionale e istituzionale della proposta di Mattarella – «governo neutrale», ma ogni atto governativo ha valenza politica, economica e sociale; «governo a tempo», ma la durata del governo la decide il parlamento; «governo di garanzia», ma garanzia di che e per chi; governo con ministri «non piú candidati», ma il presidente della Repubblica non lo può vietare; governo sfiduciato in partenza perché M5S, Lega, e Fd’I non l’avrebbero votato: solo Pd e LeU avevano anticipato il sí, il che già la diceva lunga su tale governo – ebbene, questa “stramberia”, che avrebbe generato un governo di mera conservazione dello status quo, pareva andare a realizzarsi… a meno che non vi fossero “scatti” leghisti e “grillini” dell’ultimo momento. E gli scatti ci sono stati.

La condicio sine qua non di Di Maio per il M5S, cioè un accordo solo con la Lega, e non con il centrodestra, e la messa a latere di Berlusconi-FI, è stata accettata. Pur nell’aperto livore dei “suoi” giornali e giornalisti (in primis Feltri e Sallusti), che attesta come stiano le cose, Berlusconi si presenta come il «padre nobile» che «consente benevolmente» l’avvio del governo M5S-Lega. In realtà, ha dovuto ingoiare la sorte degli sconfitti il 4 marzo (come il Pd, e altri): essere messo fuori gioco. E finalmente, diciamo noi!

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29 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Vincitori e vinti

Berlusconi e Salvinidi Giancarlo Scarpari

Queste elezioni hanno fornito un chiaro esempio di cosa sia la democrazia procedurale al tempo dei partiti d’opinione, quando cioè il rapporto tra le oligarchie di questi e l’indistinta massa dei cittadini non consiste più nella mediazione tra istanze, programmi e soluzioni date, ma nella richiesta di aderire a un marchio, a una persona o a un gruppo, tramite messaggi in grado di intercettare speranze, paure, rancori diffusi in una società civile “individualizzata”; e questo rapporto, per sua natura incerto e volatile e che quotidianamente viene rilevato attraverso i sondaggi, a scadenze più o meno programmate nel tempo, viene invece rivelato e finalmente reso esplicito dalla chiamata alle urne.

In questo contesto è quantomeno curioso lo stupore di molti per il fatto che nella recente campagna elettorale siano stati trascurati molti problemi reali (come creare posti di lavoro, come affrontare le disuguaglianze crescenti, come rapportarsi coi vincoli europei, ecc.), mentre le chiacchiere si sono concentrate su quelli percepiti, o meglio, su quelli che i media, la rete e i politici interessati hanno voluto che lo fossero. Spesso la distanza tra questa percezione e la realtà è diventata siderale: le televisioni private in Veneto, per esempio, hanno dedicato alle lacrimevoli condizioni degli imprenditori oppressi dalle tasse persino una rubrica fissa («I veneti schiacciati dalla crisi»), proprio mentre l’industria manifatturiera ha registrato un balzo nella produzione pari al 6,7%, a un ritmo, cioè, definito “cinese”. Tuttavia questi dati, risalenti all’ultimo trimestre del 2017, sono stati diffusi dalla Unioncamere solo un paio di giorni dopo le elezioni, quando già i lamenti precedenti avevano “orientato l’opinione pubblica” e prodotto, nel loro piccolo, gli effetti voluti.

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14 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

I fatti di Macerata

Maceratadi Mario Monforte

«Tanto tonò che piovve», recita un vecchio detto fiorentino. E, a forza di assecondare il grande flusso migratorio (l’accoglienza è quantomeno sgangherata, ma non mancano gli applausi agli arrivi di parte delle forze politiche, delle tendenze socio-culturali e dei media, nonché di Bergoglio), ci siamo arrivati: la pioggia è arrivata. Da una parte, gli immigrati, che solo in parte molto ridotta sono «aventi diritto» (secondo gli stessi dati ufficiali) e che in massima parte finiscono o nell’essere sfruttati in maniera selvaggia, o nel campare nei vari centri e forme d’accoglienza (mentre però vi “fanno borsone” coop ed enti di vario genere), o nel situarsi nell’illegalità e/o microcriminalità diffusa, in un afflusso che continua a crescere, solo un po’ ridotto (da 180.000 a 120.000) dalle «misure Minniti» (il quale, comunque, è già perciò pesantemente attaccato da non pochi “progressisti” e “sinistri”), senza contare gli «sbarchi fantasma» sulle coste sicule. Dall’altra parte, la popolazione autoctona (sperando che anche questo termine non cada sotto la mannaia delle accuse «politicamente corrette» di xenofobia, reazionarismo, razzismo, fascismo, ecc.), segmentata nel “ventaglio” di posizioni e attitudini che va dal “ma sí, va be’, però non esageriamo” al “sí, però non nel mio giardino”, al “si deve fare qualcosa, c’è gran degrado”, fino all’“ora sono davvero troppi” e “ma basta, non se ne può piú”, e altre simili variazioni del tema. E questo, anche e soprattutto perché l’afflusso e stanziamento dei migranti si colloca nel dissesto in pieno atto (al di là delle chiacchiere di governo e parte dell’oligarchia dominante) dell’assetto politico, economico, sociale, culturale, civile, del complesso del nostro paese e della nostra popolazione, con in prima fila proprio i lavoratori e le classi subalterne.

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4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Francesco Biagi

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca BaiadaLanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il susseguirsi delle vicende politiche italiane perpetua la realizzazione di un ciclo sempre uguale, dove alla “tragedia” segue la “farsa”. L’orizzonte politico descritto nel Gattopardo da Giuseppe Tomasi di Lampedusa pare non essere molto mutato, in Italia infatti i cambiamenti, le rivoluzioni, rimangono quasi sempre delle «rivoluzioni-restaurazioni» o «rivoluzioni passive» direbbe Gramsci riprendendo Vincenzo Cuoco. Brandelli di sapere critico e insorgente vengono compresi fra le tecnologie di dominio, dopo aver subìto una distorsione del loro significato originario, per venire ripartiti nella legittimazione di altri contesti opposti. È così che Renzi e il suo governo hanno portato avanti la riforma costituzionale: si sono camuffati da innovatori, da rivoluzionari, snaturando tuttavia, in chiave ancor più autoritaria, il progetto di Stato e di Repubblica parlamentare contenuto nella Carta del ’48.

In Italia, nell’arco degli ultimi anni, è stato cancellato l’opaco ricordo di un possibile immaginario di uguaglianza e libertà che avesse l’occasione di inscriversi nelle istituzioni democratiche. Non potremmo leggere altrimenti lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori, del Welfare e di quei valori che avevano fondato il contratto sociale postbellico nel 1948. È per questo che la categoria schmittiana di «dittatura commissaria» torna quindi a essere più che mai attuale. Sono stati sospesi gli strumenti che hanno regolato storicamente la democrazia parlamentare in Italia, preferendo personalità che realizzino direttamente la volontà dell’economia globale (sostanzialmente questa fase è iniziata con la caduta del governo Berlusconi e l’ascesa di Mario Monti)[1]. La sovranità si è declinata nella decisione diretta di assumere lo stato di eccezione come occasione per governare la crisi. Una volontà che si declina quale unica via possibile e simultaneamente super partes come la detentrice (per eccellenza) dell’interesse generale. La facoltà di governare è consegnata al capo, subalterno a quella visione economica che ha prodotto l’attuale stato di crisi europea. Anche i pochi e ultimi rituali della democrazia sono percepiti con fastidio. Matteo Renzi è un capo diverso da Berlusconi, da Monti, da Salvini o da Grillo, incarna un populismo che si pretende «innovatore»[2].

Scriveva così Piero Calamandrei in una raccolta di saggi del 1955 circa il senso profondo della nostra Costituzione: «Per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa»[3]. La Resistenza è qui concepita come una rivoluzione mancata, transitata poi nella Costituzione come una promessa di una sua prossima realizzazione. La Costituzione quindi come iscrizione di un quadro rivoluzionario da realizzare, e fintanto che rimarrà solo sulla carta stampata essa sarà solamente un’illusione.

Al giorno d’oggi pare che ormai si voglia definitivamente cancellare anche proprio quel quadro costituzionale a cavallo fra promesse rivoluzionarie e illusione di un’autentica repubblica democratica, infatti la riforma costituzionale Renzi-Boschi fra i più grossi limiti ha la rottura del bicameralismo perfetto, ovvero la volontà di sbilanciare fortemente l’equilibrio dei poteri fra quello esecutivo e il legislativo. Il riassetto del Senato e le ulteriori modifiche che attaccano l’iter di formazione di una legge sono tutti strumenti che permettono la legalizzazione di grandi poteri al “Capo” e al suo esecutivo. È questo il più grave sfregio di tutta la riforma, su cui siamo chiamati a votare, alla cornice costituzionale del 1948.

Viviamo tempi in cui il potere finanziario  prova a modellare – riuscendoci – gli assetti democratici dei paesi. È in un quadro più complessivo che dobbiamo leggere questo tentativo di snaturare l’assetto della nostra Repubblica. Renzi e la ministra Boschi non fanno altro che tentare di concretizzare tendenze globali, presentandoci però tale riforma come un’innovazione della farraginosa burocrazia parlamentare. I tempi della politica e i tempi della democrazia sono considerati veri e propri freni per la locomotiva neoliberista. I ritmi del bicameralismo perfetto, capaci di favorire un ampio dibattito fra le forze politiche, sono troppo lunghi per l’economia, la quale ha bisogno di esecutivi forti e di primi ministri veloci a eseguire la volontà dei mercati. Non ci si può permettere troppi intoppi, troppe discussioni. Non ci possono essere crisi di governo, né governi che mettono in discussione i dettami ultra-liberisti europei. Infatti, durante le trattative fra il governo greco di Syriza e la Troika, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble disse chiaramente all’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, che non era possibile cambiare i trattati economico-finanziari sovranazionali ogni cinque anni, ovvero ogni cambio di governo derivato dalle elezioni rappresentative. Questa dichiarazione evidenzia come oggi le regole democratiche interne degli Stati siano scalzate dall’autoritarismo del rigore finanziario neoliberista[4].

Molti sono i giuristi che, meglio di me, potrebbero descrivere in modo dettagliato la proposta di riforma mettendone in luce i limiti strutturali. Di fronte alle derive populiste e plebiscitarie, o peggio alle propaggini autoritarie in seno alle istituzioni democratiche, credo che abbiamo l’esigenza di custodire un quadro costituzionale il quale sia capace il più possibile di mantenere aperta la via dell’insorgenza democratica. Più spazi di dissenso, di critica e di conflitto vengono spazzati via, più sarà difficile in seguito per i movimenti sociali e per le reti di cittadinanza mettere in campo proposte politiche alternative all’austerità, alla dittatura commissaria dei mercati e a nuove forme autoritarie di governo. È opportuno impedire questa controriforma della Costituzione per avere un paese un po’ più libero di quello che immaginano Renzi e la Boschi. Oltre al «Partito della Nazione» con questa riforma si immagina un «Governo della Nazione», che omogenizza in un corpo solo il popolo e i poteri nel suo unico e indiscutibile capo.

Siamo ben coscienti dei grossi limiti che oggi ha la democrazia rappresentativa in Italia e nel resto d’Europa, siamo ben coscienti di come tanti dispositivi costituzionali siano stati svuotati di senso, di come tanti altri non siano mai stati applicati autenticamente e – infine – di come altrettanti possano essere riformulati per realizzare maggiormente i valori democratici, tuttavia in questa congiuntura storica è necessario opporsi alla riforma per non far scivolare ancora di più il paese nella legittimazione di progetti politici autoritari. Votare no e opporsi a queste proposte di modifica della Carta per avere perlomeno ancora un paese che mantiene un assetto parlamentare non esageratamente asservito al primo ministro o al partito che detiene l’esecutivo. Votare no per ostacolare il concentramento di poteri in un uomo-forte, in un capo e in un esecutivo che terrebbero in ostaggio il Parlamento.

[1] Nel giugno 2013 infatti, una delle più grandi banche statunitensi responsabile della crisi dei mutui subprime pubblicò un dossier dove sosteneva come le costituzioni antifasciste dei paesi del Sud Europa fossero un autentico ostacolo all’integrazione neoliberista dei mercati globali (Cfr.: https://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf).

[2] Accenniamo appena qui questo discorso sul populismo essendo già stato pubblicato un numero monografico del «Ponte» al riguardo e non potendoci soffermare oltre.

[3] P. Calamandrei, «La Costituzione e le leggi per attuarla», in Dieci anni dopo. 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Bari, Laterza, 1955.

[4] Cfr.: http://www.nuovatlantide.org/varoufakis-seppellito-valori-della-democrazia/

25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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22 giugno 2016
pubblicato da Il Ponte

Elezioni 5 e 19 giugno: aperture importanti, scontri irrisolti, nodo di fondo

Elezionidi Mario Monforte

È mancata solo la sconfitta di Sala-Pd a Milano – però Sala ce l’ha fatta con un ridotto scarto rispetto a Parisi del centrodestra -, altrimenti, con la (prevista) “botta” a Roma, dove la Raggi & 5S hanno stracciato Giachetti & Pd, e la secca e dura sconfitta (non prevista) a Torino – senza dire del pieno trionfo di De Magistris a Napoli e la sostanziale evaporazione della renziana Valente e del Pd nella città -, la débâcle di Renzi & soci & Pd renziano sarebbe stata completa. E non compensata da successi come a Bologna, dove Merola del Pd è stato riconfermato, pur con una consistente avanzata della Bergonzoni (della Lega,con il centrodestra), ma il sindaco ha criticato “a caldo” la conduzione politica di Renzi; e neanche come a Varese (benché qui la vittoria sia di qualche rilevanza: contro la Lega) e da poche altre parti: cosí a Rimini, cosí a Cagliari, ma Zedda, sindaco riconfermato, è di Sel; cosí a Salerno, ma qui si tratta di “quelli di De Luca”, anche se del Pd.

È rilevante che anche in Toscana le “cose piddine” vadano male (nell’avanzata della Lega e, pur qui in misura minore, dei 5S: vedi Grosseto, Cascina, e altrove), tanto che perfino in un centro organico alla conurbazione del tessuto urbano fiorentino, alle porte di Firenze, Sesto fiorentino, il candidato piddino-renziano ha stra-perso di fronte al candidato della coalizione fra Sinistra italiana, Pd non-renziano, sinistri vari, grazie all’appoggio dei comitati (impegnati nella lunga e sacrosanta battaglia contro l’assurdo nuovo inceneritore e l’ulteriore ampliamento del già insensato aeroporto di Peretola, a danno di abitanti e ambiente della Piana, da Firenze a Prato – che cosa poi il neosindaco farà effettivamente in proposito, resta da vedere). È da notare, inoltre, come i destri alleati ufficiali di Renzi (oltre ad Alfano e Ncd, Verdini e i suoi) abbiano raccolto percentuali del tipo della proclamata (e presunta) «crescita» in Italia …

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4 dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Tredici novembre: allarmato affresco distopico

il-fondamentalista-riluttante di Antonio Tricomi

Romanzo celebre anche perché Mira Nair ne ha tratto un film che ha riscosso un discreto successo, Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (Einaudi, Torino 2007) rievoca in flashback, e per bocca del protagonista, la vicenda di un giovane pakistano di buona ma ormai impoverita famiglia che, laureatosi a Princeton, diventa un valido analista finanziario presso un’influente società di consulenza newyorkese, per poi cambiare totalmente vita dopo l’Undici Settembre 2001. In particolare, dopo l’incontro, in Cile, con un uomo che gli parla degli antichi giannizzeri, descrivendoglieli non solo come ragazzi o bambini di fede cristiana «catturati dagli ottomani e addestrati per essere soldati in un esercito musulmano, a quel tempo il più potente esercito del mondo», ma anche al pari di individui che, appena divenuti adulti, si rivelano «feroci ed estremamente leali», giacché essi «avevano lottato per cancellare dentro di sé la propria cultura, perciò non avevano più nient’altro a cui rivolgersi».

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10 febbraio 2015
pubblicato da Rino Genovese

L’eterno compromesso storico

compromesso storicodi Rino Genovese

Neanche noi, che mai abbiamo nutrito particolare simpatia per i democristiani, potremmo dire male del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non sappiamo come riuscirà a interpretare il suo ruolo, ma la persona è senza dubbio, per la sua stessa biografia, la migliore nelle condizioni date. Se si pensa che abbiamo, una volta di più, scampato l’elezione di Giuliano Amato, il furbo compare di Bettino Craxi, possiamo dirci contenti per come sono andate le cose. Mattarella non ci dispiace perfino per la sua creatura, il famoso mattarellum: una legge elettorale che era un misto di maggioritario e di proporzionale e che, con il senno del poi, appare un compromesso di tutto rispetto: non ti concedo il doppio turno nei collegi uninominali (che avrebbe reso quella legge un maggioritario puro alla francese) ma t’invento la doppia scheda, con una correzione proporzionale, e in più, per rafforzare quest’ultima, ti ci metto il meccanismo barocco dello “scorporo”. Una legge, questa, che al netto del berlusconismo avrebbe dovuto impiantare nel paese un’alternanza tra forze progressiste più o meno moderate e un centro moderato tout court, senza negare il diritto “di tribuna” ai partiti politici che si fossero collocati alle estreme. Insomma, un tipico compromesso di scuola democristiana che, dopo una ventina d’anni di eccitazione plebiscitaria (oggi prolungatasi nel Pd, grazie alla figura del giovane fiorentino della provvidenza), appare l’eldorado di una possibilità mai veramente realizzatasi.

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29 giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Tra Grillo e Farage

Faragedi Vincenzo Accattatis

Non tanto dalla Gran Bretagna, quanto dalla Francia che ha votato per Marine Le Pen, è venuta la più grossa spallata contro l’Unione europea. La Francia è stata infatti sempre una delle due gambe sulle quali l’Europa si è retta, anzi, se si vuole, la gamba fondamentale. La seconda gamba è stata ed è la Germania che oggi, più che sorreggerla, domina l’Unione europea. Anche per questo – in ragione dell’acquisito dominio tedesco – i francesi (per loro natura nazionalisti) sono delusi. Nella pacifica competizione Francia-Germania, è stata la Germania a vincere e in Europa rinascono le paure, i nazionalismi. Dalla Gran Bretagna è venuta un’ondata euroscettica, ma i britannici sono stati sempre euroscettici. Oggi, semplicemente, lo sono un po’ di più. Nel parlamento europeo vi sono i britannici e, fra di essi, il guastatore Nigel Farage, seguito da Beppe Grillo, ma vi sono anche i guastatori Marine Le Pen e Matteo Salvini. La coalizione di fatto conservatori-socialisti, ancora maggioranza in parlamento, naviga quindi in cattive acque, in acque agitate.

L’Unione europea di oggi andrebbe analizzata secondo direzioni molteplici. Ma qui mi limito a trattare alcuni profili. Parto da un interrogativo: l’Ukip (United Kindom Indipendent Party) di Farage è certamente xenofobo, ma è anche razzista come si scrive in Italia?

Secondo l’ “Economist”, che di partiti politici britannici se ne intende, l’Ukip non è un partito razzista anche se al suo interno vi sono dei razzisti veri e propri (vedi Taking down Nigel Farage, in “The Economist” del 17.5.2014). Bisogna tenere presente che in Gran Bretagna vi è già un partito per così dire ufficialmente razzista, il Bnp (British National Party). L’Ukip ha sottratto voti al Bnp, e ciò è un fatto positivo: ha preso voti dal Bnp rendendoli più rispettabili; la vera matrice dell’Ukip è la destra Tory. In sostanza l’Ukip è un partito conservatore xenofobo-nazionalista che si colloca alla destra dei Tory. Molti però in Gran Bretagna sperano che prima o poi parte dell’Ukip confluisca nei Tory in quanto vi sono Tory di destra e (relativamente) di sinistra.

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