8 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Elogio della bocciatura

Elogio della bocciaturadi Alex Borghi e Massimo Jasonni

Se c’è un approccio che va evitato, avendolo chi scrive sempre considerato deprecabile specchio dell’età mussoliniana, è quello qualunquistico. Nel qualunquismo la generalizzazione prevale sull’analisi dei fatti, le responsabilità politiche e personali finiscono per confondersi e ha la meglio quel pregiudizio culturale che porta con sé l’impronta del regime totalitario.

Tuttavia, il vizio a cui ci riferiremo è ormai talmente diffuso, da consentire una critica complessiva, pur nella consapevolezza che non tutti portano colpe, nell’attuale degrado istituzionale, rispetto al fenomeno della caduta del valore del riconoscimento del merito scolastico.

Non si boccia più o, comunque, si tende a un grigio lasciapassare per cui gli studenti, in particolare universitari, sanno a priori di non doversi preoccupare delle prove che li attendono, guardando anzi a esse con spirito di sufficienza. Così è andato prendendo piede l’andazzo della elusione, da parte del docente, della verifica dello studio e dell’apprendimento del discente.

Continua a leggere →

3 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

La sinistra resti lontana dalla tentazione del populismo

Michele Prosperodi Marco Gatto

Dalle colonne de “il manifesto”, domenica scorsa, Michele Prospero ha ribadito con efficacia che il populismo non salverà la sinistra. Ha perciò invitato quel poco che resta dell’identità progressista e comunista a non inseguire i miti rassicuranti del sovranismo e del qualunquismo, incarnati oggi dalla Lega di Salvini e dai pentastellati. «Tra l’individualismo liberista demolito dalla crisi sociale e i rifugi in comunità ingannevoli (prima gli italiani, il rosario e la ruspa) esiste un vuoto, quello che nel Novecento ha occupato il socialismo», scrive Prospero. Un socialismo che, se vuole rimettersi all’opera, non deve «scimmiottare la versione più originale e anche genuina della rivolta del “basso”», ma che deve rispondere a una rigenerazione più complessiva delle sue istanze, la quale magari parta da una discussione teorica e politica sui fondamenti e sui presupposti. La questione organizzativa diventa allora centrale: alla cultura superficiale e aggressiva, fatta di istinti e di macchiette, inscenata tanto dai leghisti quanto dai grillini, capaci di raccogliere i frutti più maturi del berlusconismo nei termini di rappresentazione spettacolare della propria identità, bisogna opporre, dice Prospero, «una cultura politica nuova che tragga ispirazione da Marx» e che quindi rimetta al centro il conflitto tra capitale e lavoro, oggi del tutto svuotato dalla banalità transeunte delle promesse elettoralistiche, e che rimetta in gioco il ruolo della rappresentanza, della formazione, della coerenza ideologica.

Continua a leggere →

18 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quale Europa? A proposito di una riflessione di Rino Genovese

di Luca Michelini

Su «Il Ponte» Rino Genovese scrive: «Da noi in Europa ci sono adesso i sovranisti di destra (senza virgolette) e quelli “di sinistra” (le virgolette sono d’obbligo) che intendono rifarsi alle vecchie esperienze novecentesche. Senza comprendere che, ammesso che un nuovo modello di Stato sociale e di politiche keynesiane sia possibile ipotizzare, esso andrebbe sul conto di un’Europa completamente riformata in senso sovranazionale (con un’imposizione fiscale progressiva identica o molto simile sull’intero continente, con regole unificate del mercato del lavoro che impediscano delocalizzazione delle imprese e dumping sociale, ecc.), così da fare apparire i vari Stati nazionali europei come quei relitti del passato che sono, non meno di quanto lo fosse il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla nell’Italia risorgimentale».

Alla luce di questa prospettiva, che opportunamente rigetta i “sovranismi di destra”, sembra di capire che anche i “sovranismi di sinistra” abbiano poche ragioni da rivendicare, anche se, al tempo stesso, l’A. non vuole appoggiare la versione “liberal-lberista” che dell’europeismo hanno dato le sinistre al governo.

Continua a leggere →

15 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi: perché essere contro

Sovranismidi Rino Genovese

Steve Bannon, l’ideologo della campagna elettorale di Trump negli Stati Uniti, è intervenuto qualche giorno fa in Francia in una riunione del Front national (che cambierà nome, si chiamerà Rassemblement national: piccola correzione che dimostra come questo partito non riesca ad andare molto in là nella transizione da una classica estrema destra a un populismo neoperonista – ma di questo dopo…). Ecco quello che Bannon ha dichiarato: “Marine Le Pen lo ha spiegato bene: non ci sono più una destra e una sinistra, si tratta di un’invenzione dell’establishment e dei media per impedirci di arrivare al potere. Lei lo ha detto perfettamente: considerate lo Stato-nazione come un ostacolo da superare o come un gioiello che dev’essere lucidato, curato, mantenuto?” (da “Le Monde” del 13 marzo 2018).

Da decenni si parla di un declino dello Stato-nazione, di una perdita di autonomia della politica sottoposta al primato di un’economia finanziarizzata e globalizzata, di un neoliberalismo planetario: qualcosa di più del semplice credo economico neoliberista, una vera e propria antropologia a vocazione universale, che punterebbe – trovando tuttavia non poche resistenze da parte delle culture particolari – a diventare l’unica cultura sulla faccia della terra. Ora, da questa situazione si possono prospettare due uscite: o verso il passato, con i nazionalismi più o meno spinti, con il protezionismo economico (i dazi di Trump), oppure guardando al futuro, verso formazioni statali sempre più sovranazionali e postnazionali, che abbiano in sé il principio di un federalismo “dall’alto”, nel senso di un’integrazione tra Stati, e al tempo stesso quello di un patto tra gruppi sociali diversi, anche tra culture differenti, per un controllo democratico “dal basso”.

Continua a leggere →

1 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Esperanto socialista

Esperanto socialistadi Rino Genovese

Se di una prospettiva socialista si tornerà a discutere, in un prossimo futuro, come di un’utopia concreta sarà all’interno di una profonda crisi del modello di vita occidentale. E non sarà – questo ormai appare assodato – né nella forma socialdemocratica e puramente statalista che abbiamo conosciuto in alcuni paesi europei nella seconda metà del Novecento, né in quella altrettanto statalista (e peggiore) del comunismo come “socialismo reale”. Sarà piuttosto dalla mescolanza delle culture antropologiche, peraltro da tempo in atto, che una soluzione socialista allo sconvolgimento delle identità tradizionali prenderà forma. Il socialismo del futuro sarà una una sorta di lingua artificiale, un esperanto.

Alla domanda sul perché in un grande paese come gli Stati Uniti un movimento operaio come quello europeo non avesse preso piede, Marx rispondeva che dalla miscela delle lingue in un paese d’immigrati era difficile far nascere l’unità di classe dei lavoratori. Oggi tutto il mondo è una Babele non solo linguistica ma di usi e costumi. Si può scegliere di chiudersi in un fortilizio identitario, sovranista, nazionalista, magari sedicente cristiano, teso alla difesa della “civiltà” (ma sarebbe una battaglia di retroguardia e persa in partenza, perché l’eredità coloniale dei paesi europei si sta ritorcendo contro la metropoli nella forma di un’immigrazione di massa dal sud del mondo); oppure si può tentare di costruire l’esperanto del futuro, cioè un socialismo non più basato sulla oggettività di una collocazione “di classe” come ai tempi di Marx, ma sulla scelta consapevole di donne e uomini nel rinunciare alle certezze tradizionali, alle comunità di appartenenza, per aprirsi all’utopia di un individualismo sociale costruito utilizzando anche pezzi di tradizioni diverse.

Continua a leggere →

23 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Elogio dell’opposizione

Le Canard Enchaînédi Piergiovanni Pelfer

La golden rule per stabilire la qualità della democrazia in un paese consiste nell’osservare quale spazio e quale agibilità politica è riservata ai partiti, ai movimenti, ai sindacati, alla stampa e in generale alle iniziative delle opposizioni. Nel senso comune la mancanza di un’opposizione forte è un indicatore di una democrazia debole e di un sistema politico che può variare da un sistema autoritario a un sistema chiaramente reazionario e fascista.

Quando parliamo di sistemi democratici intendiamo quei sistemi nati dopo la Seconda guerra mondiale dalla sconfitta del nazifascismo e le cui costituzioni, come quella italiana, sono una sintesi del pensiero liberale, socialista e cristiano precedente e seguente quella sconfitta. Con questo non intendiamo addentrarci in un’analisi approfondita di questi sistemi né affermare che non ne esistano di migliori. Prendiamo come un dato di fatto, un framework, che l’azione politica di ognuno di noi si svolge in relazione con questi sistemi democratici.

Continua a leggere →

7 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La destra di governo e il neofascismo

Neofascismodi Luca Michelini

1. L’irruzione dei neofascisti ai danni di un pacifico comitato comasco che si occupa di immigrazione può essere commentata anche per il comunicato ideologico-programmatico che l’ha accompagnata. Il collegamento tra idee e azione credo infatti sia utile per capire il fenomeno in questione.

Il fascismo di riferimento di questi squadristi è quello “sociale”: si tratta di un preciso richiamo all’esperienza della Repubblica di Salò, cioè quello pseudo-Stato che il nazismo di Hitler utilizzò per combattere sia gli Alleati, che stavano risalendo l’Italia, sia la Resistenza armata, sorta dopo la disfatta militare e l’8 settembre.

In che cosa consisterebbe il connotato “sociale” di questo fascismo? Se diamo un’occhiata al sito del gruppo neofascista, vediamo campeggiare la lotta alla globalizzazione, al mondialismo, all’europeismo liberale, al capitalismo “puro”, cioè quello non mediato da istituzioni e politiche “sociali” volte a debellare i confitti di classe. E vediamo il solito carosello di personaggi storicamente legati all’estrema destra per militanza e per cultura, coinvolti, per tutta Europa, in una giostra di conferenze, commemorazioni, azioni d’assalto e quant’altro.

Continua a leggere →

4 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il nominabile attuale

Calassodi Mario Pezzella

Fino a che punto una critica tradizionalista della modernità può coincidere con quella del pensiero radicale? A quale limite si separano e si rende evidente la reciproca distanza? Si pongono queste domande leggendo l’ultimo libro di Roberto Calasso, L’innominabile attuale (Milano, Adelphi, 2017). Il titolo si riferisce al mutamento avvenuto nel mondo a partire dall’11 settembre 2011: non si può più parlare di liquidità, di fluidità indeterminata, come fece Bauman per la seconda metà del Novecento, ma di vera e propria “inconsistenza assassina”. Calasso mette insieme con questo termine alcuni fenomeni che sembrerebbero apparentemente avere poco in comune: il terrorismo suicida dei fondamentalisti islamici, il decadere dell’esperienza a massa informativa scandita dal ritmo binario e discontinuo dei computer, il declino delle religioni sostituite dal “culto della società divinizzata”, immanente e fine a se stesso. L’inconsistenza che accomuna questi disparati fenomeni sarebbe caratterizzata da un’adesione all’esistenza immediata, senza più alcuna traccia di quell’ethos del trascendimento, che per De Martino (ignorato peraltro da Calasso) costituiva il nucleo della cultura occidentale. Perfino l’omicidio-suicidio terrorista ricade nel mondo “istantaneo e simultaneo” dei media informatici, brilla un attimo e poi ricade in ceneri senza memoria. È un puro amore del nulla. La parte più geniale del libro è la seconda, un montaggio letterario di testimonianze degli anni tra il 1933 e il 1945, in cui si rintracciano i segni della fine della cultura europea e la distruzione dell’esperienza che fa da prologo all’inconsistenza attuale. Un filo unisce dunque la terribile prima metà del Novecento e ciò che ora stiamo vivendo, mentre una parentesi di effimera euforia sembrano gli ultimi decenni del secolo passato.

Continua a leggere →

16 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Impresa democratica e socialismo

Impresa democraticadi Bruno Jossa

Introduzione

Il fallimento di tutti i tentativi di riformare la pianificazione centralizzata per dare vita a un socialismo democratico e il crollo del muro di Berlino, con il ritorno della Russia al capitalismo, sta dando luogo a un grande cambiamento di opinioni su che cosa sia veramente il socialismo. E l’idea che a noi sembra corretta a riguardo è che il socialismo è la gestione democratica delle imprese, la gestione delle imprese da parte di tutti coloro che partecipano a ciò che essa produce[1]. Questa è l’idea anche di Richard Wolff, che è considerato oggi il maggior studioso marxista degli Stati Uniti.

Wolff ha individuato l’impresa socialista nella Wsde, che è una workers’ self-directed enterprise. In contrasto con l’impresa capitalistica, ove a comandare sono, di regola, pochi individui dotati di ricchezza, i capitalisti, in una Wsde – secondo quanto egli scrive – nessun gruppo separato di persone, nessun individuo che non partecipi al lavoro produttivo dell’impresa, può essere un membro del corpo dei dirigenti. Anche se vi fossero degli azionisti di una Wsde, essi non avrebbero il potere di eleggere i direttori. Invece, tutti i lavoratori che producono il surplus generato nell’impresa se ne appropriano collettivamente e lo distribuiscono. Essi soli compongono il corpo dei dirigenti.

Continua a leggere →

9 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Giacomo Becattini

Giacomo Becattinidi Marco Dardi

Giacomo Becattini1, professore emerito di Economia Politica nell’Università di Firenze, per molti anni collaboratore e membro della direzione di questa rivista, è morto il 21 gennaio scorso nella sua casa di Scandicci. Nonostante una lunghissima malattia gravemente invalidante, tanto da costringerlo a quasi totale immobilità negli ultimi anni, Giacomo era riuscito a mantenere fin quasi alla fine un’eccezionale vitalità intellettuale, manifestata in scritti, interventi pubblici, fitta corrispondenza con collaboratori e amici, conversazioni in cui la fatica fisica non riusciva a smorzare l’incontenibile vivacità. Chi lo ha frequentato in questa difficile fase della vita non può non rivolgere un pensiero di gratitudine alla moglie Iva, ai figli Lucia e Marco, per aver saputo creare la nicchia familiare ideale che gli ha consentito di vivere una stagione così produttiva a dispetto di premesse tanto avverse.

La cerimonia commemorativa del 23 gennaio si è tenuta nella sala consiliare del palazzo comunale di Prato, sintesi simbolica perfetta del significato del lavoro di Giacomo nella sua ultima fase: Prato ha offerto il prototipo reale su cui Giacomo ha costruito il suo modello di distretto industriale, base concettuale di una visione dello sviluppo locale che oggi, e non solo in Italia, è associata al suo nome; e Giacomo a sua volta ha offerto ai pratesi un’immagine di sé, un’identità collettiva, che in qualche modo ha cambiato (sono parole del sindaco Matteo Biffoni) la storia della città. Questo è l’ultimo Becattini, l’economista dei distretti che oggi tutti conoscono, ed è certamente così che lui voleva essere ricordato. Ma ripensare la storia di Giacomo a partire da questo finale fa scivolare in una narrazione in cui il distretto sta là, oggetto ben formato in attesa di farsi scoprire, e l’itinerario intellettuale di Giacomo diventa una traiettoria il cui senso sta tutto nella più o meno travagliata convergenza all’oggetto. Chi scrive, per aver assistito da testimone, e per qualche tratto (su un arco complessivo di tempo di più di quarantacinque anni) partecipato da collaboratore alla sua avventura intellettuale, preferisce allineare i propri ricordi intorno a un altro tipo di narrazione, più storicista o, se si vuole, path-dependent. In questa, il distretto è un’ipotesi interpretativa dello sviluppo costruita pazientemente scegliendo fra i materiali disponibili nella cultura economico-politica italiana e internazionale della seconda metà dello scorso secolo e cercando di differenziare il risultato rispetto ad altre ipotesi circolanti all’epoca, nell’accademia come nei partiti politici. Il risultato finale è quello che conosciamo perché quelli erano i materiali, quello il contesto accademico e politico a cui Giacomo reagiva per istinto e ragionamento. Il distretto è un concetto prodotto da una fase storica. Prodotto di successo, perché si è dimostrato utile per capire aspetti importanti di quella stessa fase. Con quale capacità di durata oltre la propria epoca, lo dirà la storia che verrà.

Continua a leggere →