Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

Le diverse opposizioni sono apparse decise: Emiliano, candidandosi a segretario, ha definito i governi (Renzi-Gentiloni) “assassini”; si è candidato Rossi, che ha detto (è comparso sulla stampa) «Renzi è notevolmente bischero»; si è candidato Speranza. Nel mentre è emerso Orlando, che ha formato un “triumvirato di mediazione” (verso gli oppositori) con Cuperlo e Damiano. D’Alema si aggira in questi incontri, Epifani ha affermato (all’assemblea) che in questo modo con Renzi “non si va”, Bersani ha dichiarato che «la scissione c’è già», Renzi «ha alzato un muro».

In sostanza, Renzi ha dato dimissioni provvisorie, ha ribadito che la sua linea è giusta, è convinto che da congresso-primarie sarà confermata maggioranza e carica di segretario. Le opposizioni sostengono di non poter piú accettare la linea renziana che ha portato a forti sconfitte di Renzi e del Pd, chiedendo un mutamento di rotta (sulle politiche del lavoro e della scuola, e non solo), e di non accettare la renziana tabella di marcia (né la probabile esclusione delle candidature loro e dei loro sostenitori alle prossime elezioni). Il che comporta un’altra direzione e un’altra segreteria del partito: ma Renzi, con i suoi e la sua maggioranza, blocca ogni apertura in merito.

Renzi è per elezioni quanto prima, su una qualche legge elettorale piú consona al verdetto della Consulta sull’Italicum, per non logorarsi ancora, e a tal fine può tranquillamente sacrificare il sostegno (dichiarato) a Gentiloni. Mirava a giugno, ma il pur affastellato iter – congresso-conferenza programmatica-primarie – stabilito il 24 febbraio dalla gestione ad interim (Orfini e Guerini) non ha potuto fissare scadenze prima del 30 aprile-7 maggio, con le nuove amministrative di mezzo. Quindi, si va a settembre? O a ottobre? Oppure? Gentiloni pare, invece, voler continuare con il governo Renzi-bis, ma dipende dalla maggioranza parlamentare piddina in fibrillazione e rotture, mentre sta screditando ancor piú il Pd, poiché l’andazzo governativo, grazie al suo “sí a ultra-liberalismo-e-Ue”, è come minimo inconsistente – basti pensare, per esempio, all’acclarata inettitudine sul terremoto, o a un Padoan che dichiara successo del governo il Pil a piú 0,8-0,9% e per il ’18 spera all’1%, quando la disoccupazione “ufficiale” è al 12% e quella giovanile al 40% e oltre nel Sud, per non dire dei milioni di poveri “ufficializzati” –, se non dannoso – si pensi, per portare ultimi esempi, ad aver accolto l’apertura alla multinazionale Uber e al Ncc per i trasporti cittadini, invece di sostenere i taxi come servizio pubblico regolamentato, a non aver bloccato del tutto la «direttiva Bolkestein» per gli ambulanti, che porterà alla devastazione del settore…

Le opposizioni vogliono che il governo arrivi alla «scadenza naturale» della legislatura (nel ’18), sia per logorare del tutto Renzi & Co. – accettando in tal modo, però, di logorare anche il Pd , sia perché sono frante sulla scissione: su che forze e basi contare, e con quali prospettive? Confermano tali incertezze le giravolte di Emiliano: dopo le accuse di fuoco e le immagini in trio con Rossi e Speranza, resta nel Pd e conferma (direzione del 21 febbraio) la candidatura alla segreteria, a cui poi si candida anche Orlando, per conto del “triumvirato di mediazione”. Ma Rossi e Speranza infine fuoriescono, con Bersani (e la benedizione di D’Alema), costituiscono l’aggregato Dp («Art. 1 [della Costituzione] – Democratici e progressisti») e organizzano i gruppi parlamentari. Nel frattempo, procede Pisapia, che vuole riappiccicare un coacervo tipo «Ulivo», o evocando perfino qualcosa come l’«Arcobaleno», ma precisa di rimanere a fianco del Pd. E c’è chi vuole resuscitare un “campione” come Prodi, che però stigmatizza ogni scissione del Pd come «sciagura», e di sciagure se ne intende – si ricordi la sua introduzione (imposizione) dell’euro, insieme al fu presidente (d-)emerito Ciampi , e sostiene il prosequio del governo Gentiloni, e cosí il presidente del Senato, Grasso. Intanto il congresso fondativo di Sinistra italiana vede subito l’interna scissione, capeggiata da Scotto e D’Attorre, che confluiscono con Rossi, Speranza, Bersani & soci…

È questo il contesto in cui Renzi punta a restare in sella: tenere in mano il partito, anche “sfoltito” di parte degli oppositori, e vedere – al di la delle rodomontate sul “vinceremo con il 40%” – di ottenere voti sufficienti a contrattare e raccogliere forze per il governo seguente. Del resto, se il guazzabuglio di Pisapia & compari ha già dichiarato il rapporto con il Pd, l’aggregato Dp, che intanto sosterrà Gentiloni vagliandolo «punto per punto», che farà poi in parlamento (è dato al 9%) rispetto al Pd residuo? Il che vale anche per quanto resta di Sinistra italiana: come si pone ora, e come si porrà in parlamento (se ci arriverà)? Quando, per tutti, il ritornello ricorrente è: “non favoriamo i 5S!” e “non facciamo il gioco della destra!”.

Se ciò che si mostra in/da queste contorsioni e convulsioni attesta comunque lo sfascio del Pd, e della sinistra nel suo insieme (nel contesto è compreso l’impellente, benché non dichiarato, imperativo di tanti esponenti: mantenere in futuro i posti parlamentari), va tenuto presente che l’apparenza è senz’altro attinente alla realtà, ma certo non la conclude e tantomeno l’esaurisce. Perciò è bene lasciar perdere, perché offuscano e fuorviano, le ripetizioni renziane sui media (tv e stampa) dei non pochi pappagalli parlanti e oche starnazzanti, le dichiarazioni tentennanti dei vari oppositori, le operazioni tanto martellanti quanto confondenti di pennivendoli e televendoli, e anche moniti come quelli di un genio quale Cacciari, che profetizza: “con le scissioni del Pd l’Italia cadrà nelle condizioni della Grecia” (a conferma il suo geniale acume, capace di stravolgere la realtà: come se non fosse l’andazzo che viene da troppo tempo e poi da Monti, Letta, Renzi, Gentiloni a portare il paese alla crescente rovina). E veniamo alla sostanza delle “cose”.

1) Si è aperto il concerto (di tromboni) che suona la messa in guardia contro i nemici da combattere: a) il «sovranismo», ossia va impedito che ogni paese, il nostro in particolare, riacquisti la capacità di decidere autonomamente sulle decisione da prendere e le scelte da compiere; il b) «nazionalismo», ossia occorre contrastare ogni difesa e salvaguardia dell’identità civile, culturale, sociale della popolazione che compone una nazione, in particolare quella italiana; c) il «populismo», ossia bisogna combattere la messa al primo posto delle istanze, esigenze, urgenze del popolo, cioè dei lavoratori e classi subalterne (né mancano dotti eruditi che si esercitano in varie considerazioni, per confermare di… essere contro il «populismo»).

2) Ed ecco le idee (quindi la politica) di Renzi (& suoi), che restano sostanzialmente le solite e sono allineate sul concerto (di tromboni) in atto: a) no a Trump e “trumpismo”, cioè si nasconde dietro l’opposizione al trucido destrismo trumpiano il fatto di schierarsi per perpetuare la presente fase del capitalismo, detta «globalizzazione», contrastando il superamento di tale fase, che invece sta montando nel complesso dell’Occidente, e non solo da parte delle masse che ne hanno subito e subiscono le ricadute, ma anche da parte di comparti delle forze e centri dominanti, in quanto sempre piú ingestibile. b) Sí all’Ue, ma purché si veda di andare “oltre l’«austerità»”, cioè si deve permanere nell’Ue (e dunque nell’euro), però “migliorandola”, il che è semplicemente ingannevole, sia perché l’Ue non muta la sua essenza di organismo sopranazionale, gestito da ristrette élites, a favore del liberalismo (ossia del capitalismo) scatenato, sul piano economico e non solo, e degli Stati piú forti, in primo luogo la Germania, sia perché la sua modificazione “in meglio” si è già dimostrata appieno impossibile. c) Sí a “maggiore attenzione ai problemi sociali”, cioè si insiste a proseguire nel modo “attento” che Renzi, il suo governo (come il suo seguito con Gentiloni), la sua maggioranza parlamentare, hanno ben dimostrato: dal Jobs Act, fallimentare per accrescere l’occupazione stabile, come previsto fin dall’inizio, ma servito a cancellare l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, all’A.p.e. pensionistico, risicato come riduzione dell’età pensionistica e indecente in quanto carica di mutui a vita i pensionandi, alla «buona scuola» che induce un ulteriore degrado dell’apparato dell’istruzione e formazione … A tali fini Renzi voleva, e continua a perseguire, l’accentramento dirigistico e autoritario della gestione (governo) statuale, per imporre comunque al paese e alla sua popolazione queste linee, e vuole un Pd (pur ridimensionato ma piú compatto) come base e strumento per portarle avanti. Conferma (se ce n’è bisogno): non a caso, assente (da segretario dimissionario) alla seconda direzione piddina (21 febbraio), Renzi è volato in California. In vacanza? No, è andato, ha detto, a “imparare per il futuro”. Dove? Alla Silicon Valley, alle concentrazioni dell’industria informatica che sono le punte dell’anti-Trump e del pro «globalizzazione», alias liberalismo sfrenato.

E le opposizioni, sia quelle ancora interne al Pd, sia quelle fuoriuscite, e l’insieme dei “pezzi” di sinistra? Quelli che proclamano migliori politiche del lavoro, della scuola, di investimenti produttivi, e cosí via, come Emiliano, che dice “rimetterò l’art. 18”, ebbene, che idee altre hanno? Al di là di qualche distinguo e alcune intenzioni, non basta mettere delle “pezze” sul tessuto sdrucito (non solo da Renzi, ma anche da governi e andamenti precedenti) del Welfare messo in crisi dalla «gobalizzazione» e dai suoi «organismi», come appunto l’Ue. Le loro idee, nella sostanza, non sono diverse da quelle di Renzi sul “trumpismo”, sull’Ue-euro (e sulla Nato), sul liberalismo (capitalismo), sulla «globalizzazione», sostenendo di salvare e rilanciare su ciò la sinistra: si afferma solo di saper “far bene” laddove Renzi ha fatto male, dando a intendere l’impossibile, ossia di contemperare il sí a «globalizzazione», Ue-euro (e Nato), «liberalismo (capitalismo) sfrenato, con politiche sociali valide, inclusive, efficaci – e resta nemmeno sfiorato il “nodo” del flusso migratorio che riempie l’Italia ed è tappato in Europa, ed è evidentemente senza controllo (nonostante le misure, già mostratesi di poco conto, varate da Minniti, e l’accordo con un Serraj, che sarà anche riconosciuto dall’Onu, ma non comanda nemmeno a Tripoli, e che ha fatto avances di collaborazione al generale Haftar di Tobruk, il quale comanda su quel territorio e ha una forza militare, ma l’ha fatto per conto proprio, senza intervento di Minniti e del governo italiano).

Se si va alla sostanza, si comprende anche l’apparenza, con le sue contorsioni e convulsioni: non siamo in tempi “normali” e di fronte a un partito, il Pd, “usuale”. Il Pd è in sfascio perché Renzi (in maniera chiara, ma anche altri prima e altri ancora con lui) lo ha schiacciato sulla fase presente della «globalizzazione» (con sí a Ue, euro, Nato, liberalismo scatenato e svendita del meglio del paese, anti-sovranità nazionale, fuoco di fila contro istanze popolari dette «nazionalismo», «populismo», etc.), fase presente, ma in crisi e in caduta, che va verso il superamento. Ma tale collocazione, in maniera piú o meno netta e cosciente, con maggiori o minori diversità su questo o quel punto, coinvolge la sinistra nel suo complesso. E proprio ciò lascia spazio e, di piú, precisamente favorisce quella destra che si dice di voler contrastare, perché è necessariamente destinato a essere perdente di fronte alle forze (di massa, utilizzate da settori dell’“alto”) che si muovono per superare tale fase. E, dato appunto lo schiacciamento della sinistra, e il conseguente spiazzamento di fronte alla caduta dei consensi, ciò sta venendo portato avanti a e da destra, connettendosi al fatto (indiscutibile) che la società (italiana, ma certo non solo) sta diventando la (precedente) «società dei due terzi» rovesciata: solo un terzo di “serviti” e inseriti”, pur stratificati, e due terzi di “peggio serviti”, “poco inseriti”, fino ai “piú emarginati” ed “esclusi”. E lo si fa a e da destra proprio per gli “spiriti” conservativi della destra, che vengono a “performarsi” con le spinte di massa volte a difendere la situazione data, mantenerla e migliorarla, mentre viene sempre piú minacciata. E il Pd e la sinistra nel complesso, che si dichiarano e si vogliono «progressisti» (termine che non significa piú nulla, se non: “siamo liberali”), volendo continuare ad aderire alla fase presente ma in caduta del capitalismo, e a perpetuarla, reagendo contro le spinte al suo necessario superamento, si vengono caricando del ruolo di sostegno a quanto colpisce la società, minacciata e in degrado. E dando (e dandosi) a intendere che “basta qualche pezza” correttiva per poter continuare in questo ruolo (pseudo-)«progressista», a loro volta si rovesciano: si pongono come componente della reazione, anch’essa in corso.

È un dato di fatto incontrovertibile che, prima che la sinistra nel suo complesso si ricicli a idee e linee di superamento, ne dovrà passare d’«acqua sotto i ponti», tramite ostinazioni a restare nel presente assunto come “indiscutibile”, resistenze a cambiare, posizioni mezze-e-mezze, con altre sconfitte e altri scontri interni (al Pd e ai “pezzi” della sinistra) – e non senza l’indispensabile uscita di scena non solo di Renzi, dei suoi compari e bamboccie, ma anche di tutto il complesso degli attuali, chiaramente inadeguati, vari esponenti.

Le previsioni? Facili, anzi scontate: Renzi, con il suo Pd, non andrà bene neanche alle prossime amministrative, pur presentando (vergognosamente) il partito in alcuni luoghi, come a Palermo, camuffato da «liste civiche» per cercare di raccattare qualche voto in piú. E sarà comunque battuto alle elezioni politiche (quando vi saranno): l’esito del referendum non è circoscritto, né contingente, ma si compone nella spinta montante contro i colpi della «globalizzazione» – ed è falsità e/o scemenza ascrivere il 40% dei a Renzi & Pd. Il governo Gentiloni continuerà nella sua pochezza, apportando comunque un ulteriore discredito al Pd e ai suoi (sconci) alleati, ma anche alle opposizioni che ne vogliono il prosequio. E queste opposizioni, prive di una reale visione alternativa, nonché il coacervo dei “pezzi” di sinistra, non ribalteranno la sconfitta, sia quella avvenuta, sia quella prossima ventura – e nemmeno la propria. Il che non esclude manovre di composizione per ricucire un successivo governo, pur traballante, fra Pd, pezzi di opposizione e di sinistra con pezzi di destra “collaborazionista”: il superamento passa attraverso tormentate vicende.

In effetti, si aprono spazi per pensare e andare “verso altro e oltre”, che non può essere coperto dal pragmatismo del «né di destra né di sinistra» con la mera conduzione secondo legalità, correttezza, onestà, dell’… esistente –, il che finisce per essere a sua volta occultante, oltre che, in fondo, a sua volta velleitario. Ma il “verso altro e oltre”, se va posto come necessità, resta da portare avanti.

A ogni modo, nel frastuono di velleità, sbruffonate e buffonate dell’apparenza non mancano aspetti né pseudo-patetici, come quei residui militanti che implorano l’unità del partito, senza chiedersi su che e a che fine, né farseschi, come quel militante che si aggirava vestito da cosacco, evocando… l’Urss (!?). Ed è davvero divertente che i media continuino a chiamare Renzi «il fiorentino»: l’appellativo usato in letteratura per Machiavelli! E che c’entra un Renzi? Il quale, peraltro, non è fiorentino, è di Rignano (senza spregiare chi è venuto da fuori a Firenze: Giotto da Borgo S. Lorenzo, Leon Battista Alberti da Arezzo …), ma sicuramente non ha a che fare con la (passata) grandezza della Repubblica fiorentina, culla del Rinascimento, ed è da meno anche della decadenza, con la tirannia («signoria») medicea e poi il granducato (nome inventato dal papa). Però in “qualcosa” fiorentino lo è: ricorda proprio un personaggio di «Il grillo fiorentino», vecchia trasmissione radiofonica, «Gano, i’ duro di San Frediano» (quartiere d’Oltrarno, un tempo popolare d.o.c.g.), il quale si lanciava da sbruffone in imprese velleitarie e finiva da buffone in disastri, prendendo anche un sacco di botte, e sempre concludeva con «eh, ma…», ossia “ci penso io a rifarmi”, per poi ri-fare lo stesso daccapo. Ed ecco appunto Renzi, con i suoi seguiti.

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