Senza confini

Luigi Pintordi Lanfranco Binni

A presente memoria, è utile rileggere oggi l’ultimo articolo pubblicato da Luigi Pintor su «il manifesto» del 24 aprile 2003, sul «quotidiano comunista» che proprio in questi giorni ha espulso dalle sue colonne (in silenzio, senza un minimo accenno di dibattito) la voce della sua migliore esperta di America latina, Geraldina Colotti, colpevole di sottrarsi, da «comunista non pentita», alla criminalizzazione della rivoluzione chavista (con tutte le sue complesse criticità) e ai tentativi di applicazione del modello Siria alla società venezuelana. L’articolo di Pintor aveva come titolo Senza confini: un pressante appello, dall’interno della sinistra eretica del comunismo italiano, a cambiare radicalmente visioni e pratiche di lotta politica. Lo riproduco integralmente dal volume postumo di scritti di Luigi Pintor, Punto e a capo (Roma, il manifesto-manifesto libri, 2004).

La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.

Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.

Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile. È una constatazione non una polemica.

Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive.

Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine.

Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.

Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.

Le caotiche convulsioni della presidenza di Trump, già in odore di impeachement per incompatibilità con gli interessi economici e geopolitici dell’impero statunitense, alla vigilia di una prossima crisi finanziaria di sistema che gli economisti di tutte le scuole prevedono e temono, determinano uno scenario nuovo e in movimento. Come era prevedibile, l’egemonia statunitense sul mondo si sta complicando e indebolendo, e le esibizioni muscolari del circo Trump (cannoniere, superbombe e affini) sono anche prove di debolezza: all’interno del paese aprono processi conflittuali di smascheramento della vera natura dello speculatore bianco che prometteva il riscatto alle vittime della globalizzazione e della delocalizzazione, dei minatori del carbone, dei paria dell’America profonda, razzista e xenofoba; sul piano internazionale, stanno rafforzando l’«altra» globalizzazione della Cina, la sua leadership mondiale (economica, sociale e militare), e la cooperazione strategica tra Cina e Russia. In questi giorni, la gestione politica del minaccioso confronto militare tra Stati Uniti e Corea del Nord è tutta affidata alla Cina, il vero competitor mondiale (geopolitico, economico e militare) degli Stati Uniti.

Nell’Europa «a due velocità» ratificata dal G7 di giugno si accentuano le spinte centrifughe tra i paesi del nord, del sud e dell’est, in un quadro di disintegrazione politica che trova elementi unitari, peraltro complessi e contraddittori, nel disegno della «difesa comune» contro la Russia, contro l’Iran, contro l’immigrazione dall’Africa e dall’estremo Oriente, contro un terrorismo «jihadista» indebolito e disperso dalla sconfitta dell’Isis in Siria e in Iraq. La difesa comune della «fortezza Europa», garantita dalla Nato, militarizza le società europee e ne rafforza nazionalismi, chiusure identitarie, xenofobia e razzismo. In ogni paese europeo, oligarchie sempre più arroccate e delegittimate, al servizio delle manovre speculative del capitalismo finanziario occidentale, devastano le economie nazionali e gli assetti costituzionali, precarizzano intere generazioni, attaccano sistematicamente diritti sociali conquistati dalle generazioni precedenti, dal lavoro alla scuola pubblica, dalla sanità ai beni culturali, in nome di un mercato di rapina dei beni comuni.

In Italia, anello debole dell’Unione europea, prigioniero di una crisi strutturale endemicamente aggravata da un crescente debito pubblico (l’unica «crescita» reale), si contendono le spoglie del paese, il fondo del barile, gruppi di potere di «destra» e di «sinistra» assolutamente intercambiabili; in un paese profondamente corrotto dalle mafie, dalla corruzione, dal clientelismo e dal familismo, in «alto» e in «basso», dal leaderismo populista, dalla viscerale tradizione del fascismo, il potere politico di quella che già Leopardi definiva la «società ristretta» è terreno di guerra per bande e il patto sociale, compromissorio ma progressivo, disegnato dalla Costituzione del 1948, è rotto. Il «nemico interno», che con il referendum del 4 dicembre 2016 ha clamorosamente bocciato una «riforma» costituzionale funzionale alla concentrazione autoritaria dei poteri, è bombardato quotidianamente da ricatti economici, campagne di disinformazione, guerre tra poveri nelle discariche sociali. Per l’oligarchia stracciona (non è una classe dirigente) che gestisce le istituzioni e le catene di comando per sordidi interessi di bottega, il nemico è tutto interno, e non a caso il Libro bianco della difesa indica tra i compiti delle forze armate la difesa delle istituzioni «democratiche», sullo stesso piano delle missioni di guerra all’estero in difesa degli «interessi nazionali» (dall’Afghanistan alla frontiera con la Russia, dall’Iraq alla Libia).

Il respingimento dei migranti perseguito dal «Codice Minniti» dietro il maldestro polverone sulle attività di soccorso in mare delle Ong, che ha procurato all’Italia una condanna dell’Onu, copre altre ambizioni strategiche, affidate dall’Unione europea e dalla Nato agli ascari italici: la penetrazione del continente africano a partire dalla Libia. Il cantiere dell’Europa riparte dal fronte Sud, intitolava un articolo del presidente ombra Giorgio Napolitano pubblicato sul «Corriere della sera» il 17 giugno, nei giorni successivi al G7 di Taormina e all’incontro euro-africano tenuto il 12-13 giugno a Berlino su iniziativa della Germania. Ricordando che la dichiarazione Schuman del 1950, documento costitutivo del processo di integrazione europea, indicava tra i «compiti essenziali» dell’Europa «lo sviluppo del Continente africano», Napolitano scriveva:

Ma di assoluto rilievo sono state l’ampiezza di visione e la concretezza di approcci che hanno caratterizzato l’impegno della Conferenza di Berlino per lo sviluppo del Continente africano. Non c’è dubbio che una spinta decisiva in tal senso sia stata costituita dalla grande ondata migratoria, in particolare di provenienza africana, che ha investito i Paesi dell’Unione europea. Ma quella che ha caratterizzato la riflessione strategica di Angela Merkel è stata una molteplicità di considerazioni di fondo: l’alto tasso di natalità e la giovanissima età media della popolazione africana, specie nell’area sub-sahariana; la straordinaria ricchezza delle fonti di energia, in particolare quelle rinnovabili, di cui dispone il Continente; la possibilità di attrarre ingenti investimenti privati in Paesi grandi e piccoli dell’intera Africa. L’interesse complessivo dell’Europa risiede non solo nella costruzione di un’alternativa di sviluppo e lavoro a caotiche e drammatiche correnti migratorie verso il nostro Continente, ma anche nella prospettiva di soddisfare in modo selettivo e regolato i futuri fabbisogni di energie lavorative delle nostre economie, e di aprire a queste ultime occasioni nuove di sviluppo congiunto con quello africano.

Forse non a caso nello stesso «Corriere della sera» del 17 giugno una lunga intervista al capo di Stato maggiore della Difesa, Claudio Graziano, definiva i termini della questione:

Il cosiddetto Fianco Sud, oltre a essere una minaccia multiforme che noi militari identifichiamo nel triangolo terrorismo-instabilità-migrazione, include una realtà molto vasta che va dalla Penisola Arabica al Medio Oriente, al Corno d’Africa, all’Africa del Sahel. L’istituzione di questo nuovo comando Nato [a Napoli, dal febbraio di quest’anno], su cui il ministro Roberta Pinotti si è molto spesa nelle sedi internazionali, è un indubbio successo politico-diplomatico dell’Italia. Da lì coordineremo meglio le operazioni in corso nell’area, sia Nato, sia europee. Ma ci sarà una sorta di cabina di regia per quella che è divenuta la nostra vocazione principale: il «capacity building», la creazione di forze di sicurezza che sono un tassello importante per la stabilità. […] Il processo problematico dell’Africa, probabilmente per colpa dell’Europa, è nato molti anni fa. Che in Africa ci fosse un problema, lo sapevamo. Che ci siano milioni di persone potenzialmente in movimento, sappiamo anche questo. Finalmente però c’è una strutturazione. Precisiamo comunque che in Mali ci siamo già, visto che partecipiamo alla missione Eutm [European Union Training Mission] con 12 istruttori. E che abbiamo la leadership di un’altra missione Eutm di altrettanta importanza in Somalia, con 130 militari. Stiamo per assumere anche la guida della missione europea antipirateria Atlanta. E non dimentichiamo che siamo massicciamente presenti in Iraq con altri 1.500 uomini, che stanno addestrando le forze di combattimento irachene. […] La trasformazione che stiamo facendo delle forze armate, vedi il Libro Bianco, che speriamo di portare a compimento presto, prevede di avere delle forze armate capaci di operare in un lungo periodo.

E in Libia? Il piccolo ospedale da campo allestito alcuni mesi fa a Misurata, con 200 militari di supporto, è oggi sostanzialmente inutilizzato, ma l’operazione era solo un pretesto per mettere un piede nella porta del teatro libico. Anche i 500 militari spediti in Iraq a protezione di un cantiere italiano per il rafforzamento della diga di Mosul, terminata la battaglia in città con la sconfitta dell’Isis, saranno dislocati altrove. Dove?

Vaghe le strategie, un’unica certezza: essere presenti nei vari teatri di guerra per contare qualcosa nei tavoli politico-militari, sia pure in posizioni subalterne, a difesa degli «interessi nazionali» (energia e mercati, ovunque si trovino: petrolio, mercato di armi e tecnologie).

Quanto sta accadendo in Libia è un esempio di cialtroneria italica. Il sostegno esclusivo al governicchio di Serraj che non controlla neppure la città di Tripoli, e l’attuale tentativo di negoziare con il governo di Tobruk che tra l’altro controlla l’area degli impianti petroliferi dell’Eni, è una riprova dell’assoluta mancanza di visione strategica dei governi italiani, ai limiti dell’accattonaggio; si ristabiliscono i rapporti diplomatici con l’Egitto del golpista Al-Sisi con il pretesto di una pretesa nuova disponibilità del governo egiziano ad accertare le sue responsabilità nell’assassinio di Giulio Regeni, ma in realtà solo per negoziare, con il sostegno dell’Egitto, con il generale Haftar, uomo forte di uno schieramento Francia, Russia e Stati Uniti che il governo italiano non ha saputo vedere e ha dovuto subire. La disinformazione dei media di servizio ha contrabbandato un assenso dell’Onu al «Codice Minniti», che è stato puntualmente smentito e anzi condannato come operazione illegale di respingimento dei migranti. Si respingono i migranti, anche i richiedenti asilo, per fare della Libia un lager; del resto l’ha già fatto l’Unione europea con la Turchia, con un costo decisamente più elevato; in Libia bastano pochi milioni di euro per accordarsi con la guardia costiera e le mafie locali (su queste pratiche l’Italia ha una lunga esperienza). L’ira dei «dannati della terra», da sempre prede dello schiavismo, del colonialismo e del neocolonialismo, sarà grande.

Il collasso di quella sinistra storica che nel 2013 Pintor definiva «morta» e che sopravvive nelle sue varianti liberiste e democristiane (il Pd) e nel migliore dei casi testimoniali di una sinistra perduta (la galassia della diaspora Pci-Ds-Pd, un’area frantumata e politicamente inesistente nel paese, che sopravvive in qualche talk show televisivo sul terreno di equivoche relazioni parlamentari con il Pd e limitato a privati accordi elettorali) ha contribuito all’implosione di un sistema politico eterodiretto (dalla Nato, dall’Unione europea, dalla speculazione finanziaria, dalle strategie di guerra dell’Occidente). Il lucido appello di Pintor a cambiare musica sul terreno di una pratica politica «senza confini» (internazionalista, anticapitalista e socialista) è rimasta – a «sinistra» – una voce nel deserto. Ma il suo appello a misurarsi con nuove visioni e nuove pratiche sociali, conflittuali e dal basso, oltre le complicità tra sinistra e destra sul terreno della destra, oltre le chiusure dell’appartenenza e della delega a improbabili «leader» di partito o schieramento, ha preso altre strade. Oggi la cesura tra governanti e governati è netta. Questo ha significato l’imprevisto e imprevedibile No del 4 dicembre: un’onda lunga e profonda che agisce dagli anni novanta, talvolta visibile, più spesso carsica, nelle forme della non collaborazione elettorale (gran parte dell’astensionismo ha questo carattere), dell’autorganizzazione nelle situazioni più diverse ma diffuse, dei movimenti spesso settoriali e tematici ma in cui si sperimentano nuove forme di socialità e progettualità dal basso.

Ancora prevale, nel conflitto tra «alto» e «basso», il dato della crisi del sistema politico. Lo stesso Movimento 5 Stelle è parte di questo processo in corso: i temi della «democrazia diretta» che ha sollevato fin dalla sua nascita, le contraddizioni di un difficile rapporto tra movimento e partito, l’attivo contributo alla disgregazione di un sistema politico che non rappresenta più intere generazioni di giovani e lavoratori, lo espongono sul duplice terreno della distruzione del sistema esistente e della costruzione di nuove strategie per la società italiana. Anche in questo caso è per ora il tema della distruzione a prevalere; più complessa è la sperimentazione e l’elaborazione di una visione radicalmente alternativa che non può non essere anticapitalista, internazionalista e socialista. Quale anticapitalismo, quale internazionalismo, quale socialismo? La cultura politica della sinistra italiana non è stata espressione esclusiva del Pci e della sua deriva; già negli anni della cospirazione antifascista e della Resistenza diverse e conflittuali erano le visioni su questi temi centrali; il dopoguerra e l’ondata rivoluzionaria degli anni sessanta-settanta hanno accentuato le differenze, e un confronto storico e politico con l’esperienza complessiva della sinistra storica è ineludibile per qualunque forza di cambiamento; su questo terreno possono svilupparsi processi di ricomposizione «in avanti» di una sinistra che nel paese è ampia, dispersa e articolata, a condizione di misurarsi sull’unico terreno possibile della lotta politica: la pratica sociale «in basso», apertamente conflittuale con ogni forma di oligarchia (economica, politica, culturale), le esperienze di «altro» potere dal basso, di autonomia e autorganizzazione, fondate sulla centralità di soggettività rivoluzionarie sempre più esperte ed efficaci.

Un tema urgente e unificante? Il rifiuto della guerra (controinformazione, sabotaggio, boicottaggio, diserzione), la punta avanzata e devastante della crisi strutturale del capitalismo. Nel silenzio dei media di servizio (governativi e di destra), il governo italiano a luglio si è astenuto nella votazione all’Onu del trattato per una moratoria degli armamenti nucleari (installati anche nelle basi statunitensi in Italia); le missioni militari italiane all’estero (30 dichiarate) sono giustificate con compiti di addestramento (alla guerra) di eserciti governativi locali; l’industria militare italiana vende armamenti nei vari teatri guerra, ed è una voce attiva del Pil nazionale. I pretesi «interessi nazionali» all’estero (energia, mercati, geopolitica) sono intimamente legati a pratiche e strumenti di guerra. Il tradimento dell’articolo 11 della Costituzione è conclamato. Da questo tradimento ne discendono molti altri, non ultima la guerra ai migranti, all’estero («a casa loro») e sul territorio nazionale (lucrando sui finanziamenti europei per l’accoglienza). La guerra, oggi globale e non «a pezzi» (a proposito, che fine ha fatto il papa cattolico che buona parte della sinistra radicale italiana considerava il proprio leader naturale?), è da sempre la sintesi di tutte le pulsioni distruttive della specie umana. Oggi, con gli armamenti attuali (le nuove tecnologie, le bombe nucleari di nuova generazione), è una corsa al suicidio. Dal rifiuto della guerra discende invece una cultura radicalmente alternativa, fondata sul valore delle soggettività dei singoli e delle relazioni sociali, per creare e organizzare società egualitarie e di sviluppo delle potenzialità umane, per liberare i popoli dalla paura che li rende schiavi e ottusamente nemici.

Un obiettivo concreto? Lo ripetiamo ancora una volta: disertare la Nato. A breve termine: cambiare governo, ritirare le missioni militari all’estero, sviluppare una cultura antimilitarista nelle scuola e nell’opinione pubblica. Per cambiare governo, è necessario rompere le divisioni politiciste tra gli elettorati della sinistra realmente estranea al Pd (in gran parte rifluita nell’astensionismo) e il composito elettorato del M5S sulla base di un orientamento politico-sociale che sappia unire – senza confini – le pratiche della democrazia diretta e della partecipazione attiva a elementi di programma, provvisori e di processo, ma chiari nelle prospettive, sui temi fondamentali del lavoro, del modello economico e della collocazione dell’Italia nel mondo.

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