26 settembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Ancora un assurdo Rosatellum

Rosatellumdi Ferdinando Imposimato

Signor Presidente della Repubblica, la legge elettorale cosiddetta Rosatellum, proposta dal Partito democratico e condivisa da Forza Italia è una vergogna. È illegittima e contro l’alternanza. Tende a mantenere al potere le minoranze che, divenute ingiustamente maggioranza (vedi sentenza n. 1 del 2014), ci hanno mal governato con leggi ingiuste sulla scuola, sul lavoro e sulla banche e ci hanno portato sul punto di ruinare.

Questa legge prevede alleanze al primo turno con premio di maggioranza, cosa assurda e intollerabile. Addirittura prevede alleanze a geometria variabile, in modo che a Milano ci si allea con Pisapia e a Palermo con Alfano. Un imbroglio colossale.

Continua a leggere →

19 dicembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal governo costituente al governo stantio

Gentilonidi Mario Monforte

Al referendum del 4 dicembre il no è stato schiacciante e in base a una grande partecipazione popolare (contro la precedente tendenza al crescente non-voto): con il no alla riforma renziana è stato detto no a tutto l’operato del governo di Renzi & Co., e all’insopportabile ciarlataneria ottimistica dei racconti renziani, in urto con la tutt’altra realtà del paese. Renzi, sempre difendendo quanto ha fatto a dispetto di ogni evidenza, ha annunciato platealmente le sue dimissioni e le ha messe in atto personalmente, ma è stato un no a tutto il suo governo, che peraltro si era arrogato, contro ogni regola, di fare il «governo costituente», tuttavia gli altri suoi sodali non hanno voluto trarre le stesse conclusioni. Di conseguenza, il “ligio” (a chi l’ha posto alla presidenza della Repubblica) Mattarella non ha nemmeno pensato a indicare un segnale di discontinuità, con un governo provvisorio che provvedesse al piú presto a espletare le incombenze piú pressanti (da una piú decente legge elettorale, ai decreti attuativi della legge di bilancio, alla situazione banche, Mps in primo luogo, all’azione concreta per le zone terremotate, presenziando alle scadenze internazionali senza prendere impegni) per andare quanto prima alle elezioni.

Invece, trincerandosi dietro la prassi (come se prassi e regole non fossero state messe in non cale dal 2011), ha conferito l’incarico di governo all’indicato (da Renzi) Gentiloni, nella riconferma di tutto il precedente governo, con un parziale stantio «rimpasto» (è esclusa solo la Giannini, come se la “buona”, ma in effetti pessima, scuola fosse solo colpa sua), inserendo Minniti, la Finocchiaro, la Fedeli (millantatrice di una laurea), e altri nei sottosegretariati, confermando anche la Madia (a premio per la sua riforma della P.A. bocciata dalla Consulta?) e addirittura promovendo la Boschi, cofirmataria della riforma renziana (e coautrice ne è anche la neo-ministra Finocchiaro), la quale a sua volta aveva annunciato le dimissioni in caso di sconfitta referendaria (ma, chissà, se ne sarà dimenticata), nonché premiando l’ineffabile Lotti (sul quale, appunto, non vi sono parole) e anche l’incredibile Alfano con il suo Ncd (ma escludendo Verdini e i suoi, troppo impresentabili: però si dovrà poi dar loro qualcosa, pena agguati in parlamento), e cosí via.

Continua a leggere →

2 dicembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

La posta in gioco

La posta in giocodi Rino Genovese

Quelli che non votano, ignavi più che astensionisti, amici e compagni che domenica non si recheranno al seggio per deporre nell’urna il loro no, devono sapere qual è la posta in gioco di questa difficile partita. Niente di più e niente di meno che la sopravvivenza della repubblica parlamentare. È vero (come bene illustrato da Adalgiso Amendola nel suo libretto edito da Manifestolibri con il titolo Costituzioni precarie) che la costituzione “materiale” del nostro paese è già cambiata nel corso degli scorsi decenni; è vero che nella Carta sono state inserite delle norme, come quella riguardo al pareggio di bilancio, che l’hanno già travisata; ed è altresì vero che perfino il nostro Lelio Basso, uno dei padri costituenti, sosteneva che una costituzione la si cambia quando non corrisponde più al compromesso che è stato depositato lì dentro; ma è altrettanto vero che tenere in piedi l’impianto “formale” di una costituzione, sia pure datata, non è affatto superfluo. Mai come in questo caso la forma è sostanza. Se, come voluto da Renzi e dalla sua combriccola, si fa del Senato una pura e semplice camera del nulla, con senatori scelti tra le file dei consigli regionali e comunali, rendendo la Camera dei deputati, al tempo stesso, con un ampio premio di maggioranza, la cassa di risonanza di un leader; se, contemporaneamente, si mettono la presidenza della Repubblica e quella della Corte costituzionale nella disponibilità della maggioranza politica di turno, beh, tutto ciò non è poca cosa: è la fine della repubblica parlamentare come l’abbiamo conosciuta finora. È il rafforzamento di fatto dei poteri dell’esecutivo.

Continua a leggere →

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Paolo Bagnoli

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Il referendum sulla riforma della Costituzione segna il punto di arrivo della lunga, tormentata, irrisolta lunga crisi che travaglia il paese dall’inizio degli anni novanta. Il renzismo – un fenomeno politico di cui dobbiamo ringraziare il Partito democratico –, al di là dei proclami, è l’epifenomeno della crisi della democrazia italiana e non la sua possibile soluzione, visto anche che è geneticamente impossibilitato a essere un soggetto politico compiuto. Dopo le stagioni dell’Ulivo – che, in verità, non si è mai capito cosa fosse o dovesse essere – e del berlusconismo – che invece si è capito bene che cos’era, e cioè la zattera politica di Mediaset – che hanno marcato il cosiddetto «bipolarismo di coalizione», si è passati al «partito a vocazione maggioritaria», il Pd appunto, il quale, dopo la parentesi scandalosa del governo Monti e quella post-democristiana di Letta, mira, da maggioritario (e governante grazie ad Alfano), a divenire il soggetto unico che guida il paese.

Da tale idea prende forma un disegno sovvertitore dell’assetto democratico repubblicano che si incentra su due cardini: il cambio di 47 articoli della Carta cui va aggiunta, in accoppiata, una riforma elettorale che, tra deputati nominati e aberrante premio di maggioranza, dovrebbe regalare al Pd e al suo segretario-presidente il dominio incontrastato del governo dell’Italia. Il tutto favorito dall’abolizione del Senato elettivo, trasformato in un vero e proprio aborto istituzionale. Le due riforme – da osservare che in ciò l’Italia conquista il primato negativo di voler cambiare, contestualmente, Costituzione e legge elettorale, un qualcosa mai avvenuto in nessuna democrazia – mirano a trasformare la democrazia parlamentare in “democrazia verticale”, adottando argomenti speciosi, propri del renzismo, ispirati alla metafisica della velocità – addirittura un ritorno al futurismo – e della rottamazione, ossia di una nuova “giovinezza” della politica; un tema – questo della giovinezza – che evoca miti di un nefasto passato. Il tutto condito con il tema del risparmio sui costi della politica, visto il seppellimento del Senato per intercettare il sentimento antipolitico che, al pari di uno tsunami,viaggia a mille in un paese soffocato dalle tasse, dalla corruzione e da un pessimo rapporto tra Stato e cittadini.

Quello dei costi del Senato, che è la cifra motivante l’anticasta e che ha ingrassato solo il grillismo, è un motivo veramente specioso se si pensa che il vecchio commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, calcolò che esso ammonta allo 0,06 delle spese dello Stato!

Il pacchetto Boschi-Renzi non sarebbe stato possibile senza l’avallo di Giorgio Napolitano che si definisce un «socialdemocratico europeo», ma non mi risulta che, per quanto la socialdemocrazia europea si dibatta in aspre difficoltà, qualcuno dei suoi esponenti abbia mai proposto una così cocente umiliazione della democrazia parlamentare. Mi sia permesso di pensare che, se al posto di Napolitano ci fosse stato Giorgio Amendola, uno scenario del genere non si sarebbe mai verificato.

Ecco perché le ragioni del no non sono conservative, ma sono di difesa della legalità repubblicana e di una concezione della democrazia che si difende allargandola e non mutilandola.

22 giugno 2016
pubblicato da Il Ponte

Elezioni 5 e 19 giugno: aperture importanti, scontri irrisolti, nodo di fondo

Elezionidi Mario Monforte

È mancata solo la sconfitta di Sala-Pd a Milano – però Sala ce l’ha fatta con un ridotto scarto rispetto a Parisi del centrodestra -, altrimenti, con la (prevista) “botta” a Roma, dove la Raggi & 5S hanno stracciato Giachetti & Pd, e la secca e dura sconfitta (non prevista) a Torino – senza dire del pieno trionfo di De Magistris a Napoli e la sostanziale evaporazione della renziana Valente e del Pd nella città -, la débâcle di Renzi & soci & Pd renziano sarebbe stata completa. E non compensata da successi come a Bologna, dove Merola del Pd è stato riconfermato, pur con una consistente avanzata della Bergonzoni (della Lega,con il centrodestra), ma il sindaco ha criticato “a caldo” la conduzione politica di Renzi; e neanche come a Varese (benché qui la vittoria sia di qualche rilevanza: contro la Lega) e da poche altre parti: cosí a Rimini, cosí a Cagliari, ma Zedda, sindaco riconfermato, è di Sel; cosí a Salerno, ma qui si tratta di “quelli di De Luca”, anche se del Pd.

È rilevante che anche in Toscana le “cose piddine” vadano male (nell’avanzata della Lega e, pur qui in misura minore, dei 5S: vedi Grosseto, Cascina, e altrove), tanto che perfino in un centro organico alla conurbazione del tessuto urbano fiorentino, alle porte di Firenze, Sesto fiorentino, il candidato piddino-renziano ha stra-perso di fronte al candidato della coalizione fra Sinistra italiana, Pd non-renziano, sinistri vari, grazie all’appoggio dei comitati (impegnati nella lunga e sacrosanta battaglia contro l’assurdo nuovo inceneritore e l’ulteriore ampliamento del già insensato aeroporto di Peretola, a danno di abitanti e ambiente della Piana, da Firenze a Prato – che cosa poi il neosindaco farà effettivamente in proposito, resta da vedere). È da notare, inoltre, come i destri alleati ufficiali di Renzi (oltre ad Alfano e Ncd, Verdini e i suoi) abbiano raccolto percentuali del tipo della proclamata (e presunta) «crescita» in Italia …

Continua a leggere →

10 gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Il reato di clandestinità un’assurdità, per questo teniamocelo

reato di clandestinitàdi Rino Genovese

Dunque è chiaro, conclamato, va in questo senso anche il parere del procuratore nazionale antimafia: il reato di clandestinità non soltanto è una fattispecie ripugnante al “diritto delle genti”, come lo si chiamava una volta, ma una vera e propria stupidaggine inapplicabile. Pensate un po’, a un disgraziato che arriva sulle nostre coste dopo mille peripezie, se condannato, viene comminata una pena pecuniaria… gli si rovista tra le poche cose che è riuscito a salvare, a portare con sé, e non gli si trova il becco di un quattrino… fine del discorso riguardo alla pena. Per quanto riguarda le indagini sui trafficanti di esseri umani, le conseguenze di questo “reato” sono ancora più esilaranti: interrogato come imputato, e non come persona informata dei fatti, il “clandestino” può avvalersi della facoltà di non rispondere, il che gli sarebbe precluso in qualità di semplice testimone: così portare allo scoperto le reti dei trafficanti diventa più difficile. In sostanza la giurisprudenza circa il reato di clandestinità non viene applicata perché inapplicabile e controproducente.

Continua a leggere →

5 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

Continua a leggere →

18 maggio 2015
pubblicato da Il Ponte

L’Italicum sovietico?

Italicum sovieticodi Fabio Vander

Durante la discussione sulla fiducia alla nuova legge elettorale, Vendola ha definito «Sovieticum» l’Italicum di Renzi, per i suoi profili di antidemocraticità, ma anche per il fatto in sé di porre la fiducia su un tale provvedimento. Il punto è in effetti che la nuova legge elettorale genera il contrario di una democrazia matura e dell’alternanza. Non basta infatti il ballottaggio, come pure rivendica Renzi. Bisogna vedere chi ci va al ballottaggio, con quanti voti (perché col superpremio di maggioranza, col 25% al primo turno si può poi prendere una rappresentanza smodata, ecc.), chi saranno gli antagonisti al ballottaggio, quante possibilità reali hanno di vincere, ecc.

Senza queste premesse di sistema, il ballottaggio è un rischio (come, per il vero, il turno unico).

Corrado Castiglione su «Il Mattino» ha proposto un’interessante serie di considerazioni: il portato dell’Italicum sarà «un governo monocolore, con un partito saldamente radicato nella maggioranza dei seggi, e un’opposizione ridotta a una galassia di partiti medi e piccoli. Qualcuno ha gridato alla scomparsa dell’opposizione».

Scomparsa dell’opposizione. Il contrario di una democrazia matura. Anzi il contrario di una democrazia.

Continua a leggere →

13 marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

La veloce marcia dentro le istituzioni

di Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 de Il Ponte – marzo 2014]

veloce marcia dentro le istituzioniIl 10.12.2013, commentando sul «Corriere» Il trionfo di Matteo Renzi, Angelo Panebianco poteva tirare un sospiro di sollievo ed esclamare convinto: «oggi il Pci è davvero finito»; poi, con una punta di rammarico, aggiungeva che il processo non era però ancora concluso visto «l’insperato regalo» fatto dalla Corte costituzionale ai proporzionalisti di quel partito; avvertiva poi il neosegretario di stare bene attento ai «suoi nemici interni», quelli dell’«apparato», consigliandolo di sollevare la questione cruciale dell’«oro del Pci», messo «al sicuro in qualche Fondazione» e che invece doveva essere messo a sua disposizione a sostegno del nuovo corso impresso al partito. E Ostellino, su quelle stesse pagine, alcune settimane dopo, evocando Stalin per ben tre volte in poche righe, identificava quei «nemici» interni nella «sinistra massimalista del Pd», animata da una «vocazione totalitaria», tuttora legata alla «parola d’ordine cominformista: nessun nemico a sinistra» («Corriere della sera», del 28.01.2014).

Articoli del genere, per il linguaggio usato e per le immagini evocate, avrebbero forse trovato collocazione piú appropriata sulle pagine di «Libero» o del «Giornale», ma proprio per questo sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché evidenziano come l’egemonia culturale della destra berlusconiana abbia lavorato in profondità, condizionando idee e linguaggio dei “liberali moderati”, trasformando l’ideologia anticomunista in senso comune e promuovendo cosí una radicalizzazione nel paese che alcuni scambiano oggi per un salutare bipolarismo; ma soprattutto perché, depurate dai fumi di quella ideologia, le frasi alludono a un processo reale, alla conclusione di un percorso che non riguarda certo il Pci, un partito morto e sepolto da un quarto di secolo, ma, semmai, il Pd, un partito ibrido sorto dai resti di varie formazioni della sinistra e che mirava a convogliarne le eredità nell’ambito di un piú vasto raggruppamento politico genericamente riformista.

In realtà, già al tempo dei Ds e della Margherita, le rispettive identità erano andate diluendosi, per l’assenza di qualsiasi programma conseguente in grado di renderle concrete; questo vuoto progressivo era stato via via riempito dalla ricerca di nuove ricette, che prescindevano da analisi approfondite e da verifiche empiriche, ma che, offerte con particolare insistenza dal mercato mediatico, venivano recepite acriticamente, talvolta addirittura con entusiasmo.
La flessibilità del lavoro, per esempio, era stata introdotta da Treu al tempo dei governi dell’«Ulivo» ed era diventata precarietà generalizzata sotto quelli di Berlusconi; ma entrambe, pur nella loro diversità, erano però il frutto della stessa logica, già allora dominante, che considerava prioritari gli interessi dell’impresa rispetto ai diritti dei lavoratori e che, contestata a parole, era stata in realtà accolta di fatto all’interno dei maggiori partiti della sinistra.

Continua a leggere →