Un atto di resistenza personale nel ricordo di Piero

Calamandrei-Pancrazi-Russodi Gianpiero Ballotti

Chi ha conosciuto Piero Calamandrei non può che benedire il proprio destino. Nella seconda metà degli anni cinquanta del Novecento, a Firenze, in via Laura, ci insegnava il diritto processuale civile e insieme – ma dovrei dire soprattutto – ci parlava delle opere e i giorni e del passato, del presente e del futuro della nostra Italia.

Era un signore sui sessanta, alto, elegante, con un accento fiorentino molto accentuato e molto simpatico che non faceva nulla per nascondere, anzi talvolta esibiva. Si capiva subito che era un gran parlatore, uno che sapeva non solo tenere desta l’attenzione dicendo cose interessanti, ma anche guadagnarsi la simpatia degli astanti con aneddoti e battute, pronunciati nei tempi giusti. Esercitava alla perfezione l’arte difficile dell’ironia, cosa nuova alla facoltà di giurisprudenza dove si era abituati a oratori meno brillanti, più paludati.

Ma torniamo al punto: quest’uomo alla mano, gentile, umanissimo, è stato prima di tutto un maestro che possedeva virtù rare, come la pazienza verso chi non sapeva e l’indulgenza verso chi sbagliava, senza mai irritarsi. Un maestro.

Il ricordo più vivo di lui è rimasto quello di una mattina di primavera allorché ci parlò della “desistenza” come di una brutta malattia che aveva già iniziato a contagiare molti italiani, non ancora completamente guariti dal morbus italicus, il fascismo.

Quella mattina di primavera, come sempre con grande anticipo sui tempi, Piero ci mise in guardia contro il pericolo di un processo involutivo presente nella cultura e nella politica italiana. Colpa di letture superficiali di intellettuali distratti dalla rincorsa a posti di potere; colpa di politici interessati solo a costruirsi un consenso elettorale fatto di voti ma non di qualità e di valori; colpa di opinionisti in cerca di scoop, falsi o veri, tesi a creare suggestioni, stupore, momentanee convergenze verso nuove correnti di pensiero; colpa di una cultura degradata a quiz.

Tanto da far ricordare l’insegnamento di Goebbels: una menzogna, quotidianamente e tenacemente martellata, finisce per essere creduta. Comprendemmo subito che non si trattava di una presa di posizione a difesa della storia e delle sue interpretazioni, ma un tenace e accorato appello a difesa della dignità e della libertà della cultura italiana.

E percepimmo tutti con estrema chiarezza il valore e la forza dell’aspra messa a punto su colpe e comportamenti che costituivano l’oggetto di quella serpeggiante “desistenza” che già faceva capolino nei “salotti” della gente dabbene: «non – per fortuna – nel sano giudizio del popolo, che non cerca vendette, ma neanche ammette dimenticanze».

DESISTENZA

Era stato il titolo di un editoriale firmato su «Il Ponte» da Piero Calamandrei (n. 10, ottobre 1946) che termina con queste parole: «Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decennî penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale». Chiudiamo qui, con le parole di Piero Calamandrei.

A Pistoia, il 25 aprile 2018, in Piazza d’Armi, abbiamo desistito. Tutti.

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