9 Gennaio 2020
pubblicato da Il Ponte

Karl Marx e la religione come «oppio dei popoli»

Karl Marxdi Franco Livorsi

Religiosità, redenzione e rivoluzione costituiscono un nodo importante del marxismo sin dalle origini. Emerge già da una decisiva pagina di Marx in cui compare la famosa apostrofe sulla religione come oppio dei popoli, compresa nel suo saggio del 1844 Critica della Filosofia del diritto di Hegel. Introduzione (1844)1. Intendere quel che si dice lì può ancora darci una chiave interpretativa non priva d’importanza.

Al proposito ritengo importante dire due parole preliminari sul contesto storico e filosofico, in funzione della comprensione del testo in oggetto.

Prima c’era stato l’Illuminismo, e più in generale il XVIII secolo: con la sua costante tensione a illuminare il reale con la ragione e soprattutto a razionalizzarlo; col suo rifiuto dei dogmi, e con la messa in discussione radicale di ogni rivelazione e dello stesso cristianesimo, in nessun periodo anteriore mai avvenuta in tale forma radicale e su così vasta scala; con la valorizzazione della scienza unita alla tecnica sin dalla famosa Enciclopedia delle scienze, delle arti e della tecnica curata da D’Alembert e soprattutto da Diderot (1751-1765, in 17 volumi); con la prima rivoluzione industriale inglese e poi europea e, last but not least, con la Rivoluzione francese del 1789 e degli anni successivi. Poi era arrivato Napoleone, che aveva portato, sulla punta delle baionette della sua Armata nazionale, l’idea dell’uguaglianza giuridica tra i cittadini, propria della Gran Rivoluzione, e il proprio Codice civile moderno, privatistico e borghese, dappertutto, sino a Mosca, sia pure con tratto autoritario e con intento imperialistico. Quindi nel 1815 Napoleone era stato definitivamente sconfitto ed era iniziata l’epoca della Restaurazione, in cui si erano alternate forti pulsioni reazionarie, con velleità russa e austriaca di tornare, tramite Santa Alleanza controrivoluzionaria tra i re cristiani, all’alleanza tra trono e altare – alias tra assolutismo e cristianesimo – anteriore al 1789, e una linea più ragionevole (prevalsa), tendente al compromesso – pure nel seguire la via della difesa degli antichi troni “legittimi” – con le nuove tendenze borghesi, capitalistiche e via via liberali. Queste ultime si espressero specie dal 1830 in poi in Francia e in Inghilterra, e dal 1848 si espansero – sincronizzate con i movimenti di liberazione e unificazione nazionale dei popoli oppressi dagli imperi stranieri austriaco e russo – dappertutto.

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2 Gennaio 2020
pubblicato da Il Ponte

Emergenza o lotteria. Qual è lo stato dei rifiuti in Calabria?

di Alessandro Gaudio e Gennaro Montuoro

Lo stato di emergenza identifica una situazione di pericolo o di crisi nella quale – spiegano i dizionari – le pubbliche autorità si mantengono in stato d’allarme e assumono poteri speciali. Se si considera soltanto la parola emergenza si vede come al significato ottocentesco di «circostanza, per lo più seria, che interviene inaspettatamente» è stato aggiunto progressivamente quello di «pericolo, urgente necessità». Su questo significato ha influito l’analogo uso inglese che, con litote eufemistica, impiega una parola più blanda, emergency, nel senso di «allarme, pericolo». In linea teorica, però, a emergere è anche il numero che fa vincere cento milioni di euro alla lotteria ed è, forse, in ragione di questa accezione che la nozione di emergenza climatica e ambientale viene accostata sistematicamente a concetti quali termovalorizzatore, ecodistretto, ambito territoriale ottimale [il famigerato ATO], revamping e persino buca o vasca la cui asprezza e sconvenienza è stata artatamente attenuata, eufemizzata appunto. Proprio di recente l’emergenza in tema di clima e ambiente è stata dichiarata da Antonella Rizzo, assessore all’ambiente della Regione Calabria: questa, usando le stesse parole dell’Assessore, «costituisce un primo tassello verso l’assunzione di responsabilità e impegni politici di alto livello in campo ambientale, economico e sociale».

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22 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Una maggioranza che consuma senza lavorare: l’Italia secondo Luca Ricolfi

Luca Ricolfidi Nicolò Bellanca

L’Italia è, secondo Luca Ricolfi, un paese prospero e stagnante i cui abitanti in maggioranza non lavoranoi. Viviamo in una società nella quale è diffuso l’accesso a consumi opulenti, l’economia è entrata in un regime di stagnazione o di decrescita e il numero di cittadini inoccupati ha superato il numero di quelli occupati. Questa «società signorile di massa» poggia sulla ricchezza reale e finanziaria che è stata accumulata dalle due generazioni precedenti (il patrimonio degli italiani, arrivato intorno ai 10.000 miliardi di euro, supera di quasi 9 volte il reddito disponibile) e su circa tre milioni di persone (straniere) che svolgono, in condizioni paraschiavistiche, le mansioni che noi evitiamo di svolgere (lavori stagionali, assistenza domiciliare, prostituzione, colf, dipendenti in nero, facchini della logistica, gig economy, muratori)ii.

In senso tecnico e senza alcun giudizio morale, per Ricolfi la maggioranza degli italiani (più esattamente, il 52,2% dei residenti con età superiore a 14 anni) è composta di “parassiti”: persone che consumano un reddito senza lavorare, e quindi senza contribuire alla sua formazione. Questo esercito di parassiti anima una società nella quale è diffusa la fruizione di beni voluttuari e di lusso (il 65% degli italiani fa vacanze lunghe e il 50% possiede una seconda abitazione al mare o in montagna) e si adagia in un’economia che, unica in Europa, esprime un tasso di crescita di medio periodo inferiore all’1% annuo.

La società che Ricolfi descrive si basa sul fragile equilibrio per il quale una ricchezza che proviene dal passato sorregge dei consumi che superano la produzioneiii. Ma, egli aggiunge, l’immobilità ventennale della produttività del lavoroiv provoca la perdita di posizioni competitive da parte del nostro paese e l’appesantimento del debito pubblico. Ne segue un progressivo ridursi degli stock di ricchezza e dei consumi opulenti, che condurrà la società signorile di massa a collassare.

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16 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Liberismo e fascismo: il Cile di Pinochet, l’Italia di Mussolini, il sovranismo di oggi

Ciledi Luca Michelini

Le cronache internazionali rimandano l’eco delle drammatiche conseguenze sociali delle politiche liberiste. Sia là dove è più radicata (come in Cile, dal 1973), sia dove gradualmente ma sistematicamente sta smantellando le conquiste dello Stato sociale (in Europa), l’utopia liberista produce ineguaglianze economiche e sociali così stridenti, che addirittura prendono vita forme pre-politiche di jacqueries e risorgono dalle ceneri della storia forze autoritarie, come in Cile, e neonazionaliste, come in Europa. Nazionaliste e non sovraniste, come si usa dire oggi per edulcorare la realtà dei fatti: perché l’idea di nazione che propongono non è di tipo egualitario né sul piano giuridico, né su quello politico, sociale e internazionale, come invece è tipico della tradizione patriottica che prende corpo con la Rivoluzione francese. Si tratta, infatti, di una idea di nazione fondata su politiche di discriminazione, che possono assumere diverse sembianze, da quelle religiose e di “razza”, a quelle di lingua, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Politiche di discriminazione che sono l’anticamera dell’autoritarismo, fondato sull’idea che il potere della maggioranza non debba e non possa avere alcun limite né in altri poteri né nei diritti individuali fondamentali.

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8 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Prescrizione penale e stabilità di governo

Prescrizionedi Massimo Jasonni

Dal primo gennaio del prossimo anno dovrebbe entrare in vigore la nuova disciplina che sostanzialmente abroga la prescrizione penale, ovvero cancella, in concreto, un istituto che da tempo immemore nobilita la battaglia condotta dall’illuminismo giuridico nei confronti dei retaggi della Controriforma. Prescrizione ha significato fissazione legislativa di un limite temporale per l’esercizio e per la definizione della giustizia; ma non solo, giacché essa ha significato anche affermazione della coscienza statuale dei limiti della propria giurisdizione.

Lo Stato moderno, pure erettosi sulla sovranità, dunque sull’indisponibilità a consentire impunità o fasce di privilegio nell’intervento punitivo del Pubblico Ministero, tuttavia affermava la sua idiosincrasia per logiche autoritarie, quali quelle su cui si era formato, nel Medioevo “borghese”, il diritto della Chiesa cattolica e su cui si sarebbero tragicamente improntate, nel Secolo breve, le legislazioni dei regimi totalitari.

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5 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Il Fondo Giacomo Becattini presso la Biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze

Fondo Giacomo Becattini di Marco Dardi

Il prossimo venerdì 6 dicembre, presso la Biblioteca di Scienze Sociali del Polo universitario di Novoli, si terrà un incontro di presentazione del Fondo costituito da carte e libri appartenuti a Giacomo Becattini (Firenze 1927-Scandicci 2017) e donati dalla famiglia all’Università di Firenze. Il fondo comprende l’intero archivio personale di Becattini e una parte della sua biblioteca di lavoro. L’inventario del fondo sarà disponibile online non appena ultimate le operazioni di riordino e catalogazione di tutti i materiali contenuti. Un’altra parte della biblioteca di lavoro di Becattini, ristretta tematicamente a pubblicazioni su economia italiana e distretti industriali, fu donata in vita da lui stesso alla biblioteca del Polo universitario Città di Prato, dove è andata a formare un altro Fondo Becattini esistente dal 2003. La parte libraria del nuovo fondo ha carattere meno specialistico e copre tutta la varietà di temi di cui Becattini si è occupato nel corso di una carriera che va dagli anni 50 del secolo scorso fino quasi alla data della sua scomparsa – con un nucleo significativo di volumi su società, cultura e pensiero economico-sociale dell’era vittoriana. Entrambi i fondi, il nuovo e quello pratese, confluiscono nel Sistema Bibliotecario di Ateneo fiorentino e quindi di riflesso in quello della regione toscana (SBART).

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2 Dicembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Per l’aumento del numero e della qualità dei parlamentari

di Luca Baiada

Per Costituzione, deputati e senatori non hanno vincolo di mandato, il suffragio è universale, c’è il bicameralismo, le modifiche costituzionali richiedono tempi e maggioranze particolari. Tutto si regge. La Carta ha debiti illustri: Risorgimento, Repubblica romana, moti popolari, socialismo e molto altro. Ci sono dentro Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Cavour, Beccaria, come si sente in una vecchia registrazione di Piero Calamandrei, col fruscìo di fondo, in un discorso agli studenti nel 1955. C’è dentro anche il bisogno di antidoti contro il più orrendo retaggio della storia italiana: fascismo, dittatura, sostituzione del cittadino col burattino, della politica col partito-caserma.

La modifica del 2019 – si può ancora sottoporla a referendum – riduce il numero complessivo dei parlamentari da 945 a 600. Oltre un terzo di meno. Un ridimensionamento era già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P21. Gli incappucciati di Licio Gelli erano meno avari: 450 deputati e 250 senatori, totale 700. Ce ne lasciavano cento in più.

Si insiste sull’efficienza e sulla produttività delle Camere, come se fossero aziende e se occorresse una celerità da Tempi moderni, con l’operaio negli ingranaggi. Le approvazioni sono già veloci, quando serve a certi interessi: l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, voluta dalla finanza e dalla Germania, nel 2012 è stata fatta alla svelta, con discussioni misere e senza ostacoli. Quella vicenda è la prova che deputati e senatori non sono troppi, ma pochi e inadeguati.

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28 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Un popolo di persone normali

Sardinedi Tomaso Montanari

Tutto ciò che va contro Salvini, tutto ciò che riporta in piazza la gente dalla parte giusta, va bene. Ma lo strepitoso successo delle Sardine annuncia un’erosione elettorale della destra, o alla fine lascerà intatte le ragioni di quel consenso?

Marco Revelli ha notato che le critiche alle Sardine assomigliano ai discorsi della gente che dà buoni consigli, non potendo più dare cattivo esempio. È vero, ma, come ha scritto George Orwell, «per difendere il socialismo, occorre cominciare attaccandolo».

Leggendo i tweet entusiasti del peggior Pd e i peana che si susseguono sui grandi giornali che hanno avuto un ruolo cruciale nel demolire la sinistra; sapendo che a Torino vi confluiscono le Madamine Sì Tav e i vertici della Compagnia di San Paolo, a Milano i più accesi sostenitori dell’Expo, e a Firenze il sottobosco politico del governo delle Grandi Opere, la domanda che affiora alla labbra è: siamo di fronte a una gigantesca strumentalizzazione, o c’è qualcosa, nelle Sardine stesse, che ne autorizza questa interpretazione “di sistema”?

Il manifesto del movimento individua il proprio nemico nel “populismo”. Il che significa considerare alla stessa stregua il consenso al Movimento 5 Stelle e quello al sovranismo neofascista di Salvini: è questa, mi pare, una prima connotazione “di sistema”.

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20 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

L’Utopia consolante – un corto per le scuole ispirato alle parole di Calamandrei

Alla fine della nuvoladi Silvia Calamandrei

Ispirato alla “pedagogia civile” dei percorsi di memoria inaugurati a suo tempo da Carlo Azeglio Ciampi, il Centro Calamandrei di Jesi ha lanciato nel 2019 una iniziativa di comunicazione destinata soprattutto alle scuole, producendo un cortometraggio “ALLA FINE DELLA NUVOLA”, così presentato dal presidente del centro Gian Franco Berti:

“parlerà” ai giovani, li farà riflettere, li farà discutere su questa malattia italiana di predisposizione al fascismo, questa autobiografia della Nazione, come ebbe a definirlo Piero Gobetti. Su questo filone di pensiero dovrebbe innescarsi nelle aule magne di tante scuole, del territorio, ma non solo (penso a Torino a Trento a Firenze a Bologna a Roma a Siena, dovunque), un proficuo confronto e una riflessione coi ragazzi sui pericoli che corriamo grazie agli incompetenti profeti sgrammaticati della decrescita felice, della democrazia illiberale modello turco, del fastidio verso il pensiero federalista europeo, dell’idiosincrasia nei confronti del diverso.

L’anteprima è stata ad aprile al Teatro Pergolesi di Jesi, con i Licei e gli Istituti tecnici, presenti circa 500 studenti.

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14 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Venezia e Rotterdam sotto le acque: pensando a un’altra Europa

Veneziadi Massimo Jasonni

Prendiamo atto che il Signor presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato, per Venezia, di «comunità che soffre» e non ha negato lo stato di emergenza: prospettando lo stanziamento di nuovi fondi, caldeggiato dalle Autorità locali che, al suo fianco, hanno creduto di poter liquidare un dramma di questa portata etico-politica con la riproposizione della necessità di spendere una barca di soldi del contribuente italiano «per finire il Mose».

Il Ponte si limita, per ora, a sottolineare che quanto accaduto in questi giorni non ha rappresentato un’emergenza imprevedibile, viceversa il seguito naturale, e tragicamente presagibile, di ben note problematiche ambientalistiche, climatiche e di inquinamento, che gettano ombre sulla sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare. Ne scriveva Massimo Jasonni su ilponterivista.com il 17 giugno 2019, in riferimento ad acque altissime a Venezia dell’aprile scorso: precisando che la questione non è soltanto veneziana, né solo italiana; e che l’Olanda (ma non solo l’Olanda) da tempo sta mettendo in campo soluzioni politiche e tecniche, atte a ovviare, o quanto meno a limitare l’invadenza devastante dei flussi idrici. Quanto al Mose, Jasonni scriveva: «è forse presto per concludere, ma è certo già tardi per ribadire alcuni dati: l’opera rischia cedimenti strutturali a causa della corrosione elettrochimica delle cerniere e dell’impiego di acciaio non idoneo». Né Jasonni mancava di porre l’accento su una gestione dell’impianto caratterizzata da «incagli tecnici» e da affidamento «a figure che già in passato non avevano dato buona prova di sé nella cura della cosa pubblica». Crediamo opportuno riproporre in appresso quell’articolo dell’estate scorsa nella sua interezza.

Marcello Rossi

L’acqua alta dello scorso aprile a Venezia non ha rappresentato mera ripetizione di un evento ricorrente, in fin dei conti tipico e turisticamente attrattivo del capoluogo veneto, ma fonte di severa preoccupazione: perché quei livelli di allagamento del 50% della città hanno gettato ombre sul futuro della sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare.

L’attenzione, quindi, si sarebbe dovuta prestare ai fenomeni del surriscaldamento terrestre e dello scioglimento dei ghiacciai, ma pochi hanno allargato lo spettro delle indagini critiche, qui da noi, alle cause economiche reali del degrado planetario.

Una rilettura complessiva delle problematiche ambientalistiche – climatiche e di inquinamento – avrebbe imposto di guardare anche oltre al Mose, al di là dei confini nazionali. Cosa che non si è fatta, e che si è ben guardata dal fare una comunità europea tanto sensibile alle oscillazioni dello spread, quanto assente in tema di sviluppo sostenibile e di tutela degli effettivi interessi della gente.

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