14 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Sinistra e municipalità

Piazza Camillo Prampolinidi Raffaele Tedesco

La sconfitta elettorale della sinistra rischia di non finire con le ultime elezioni politiche. Infatti, mentre si cerca di ritrovare idee, uomini e programmi, il tempo corre, portando, in un men che non si dica, a una tornata elettorale in primavera in cui si andrà al voto per il rinnovo delle giunte regionali di Friuli-Venezia Giulia e Molise, nonché di circa ottocento amministrazioni comunali, con centri di una certa importanza come Ancona, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Trapani, Terni, Vicenza, Massa, Pisa e Siena.

Fino a pochi anni fa, il centrosinistra esprimeva dei buoni risultati a livello amministrativo facendosi forte non solo di una capacità aggregativa premiante, ma anche di una tradizione consolidata rispetto al governo locale. Storicamente, per la sinistra, la municipalità è stata vista sempre come la più adatta alla “prassi del fare”, quella che un tempo Turati chiamava la «politica delle cose»1. Ed è lì, in quella ricerca di concretezza, e nel luogo di maggiore prossimità con i cittadini, il comune, che «si caratterizzò fortemente il movimento socialista nel suo complesso»2.

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10 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Piero Calamandrei e la chiarezza nella costituzione

Tullio De Maurodi Silvia Calamandrei

[Intervento al Festival della lingua italiana sul linguaggio della Costituzione, Siena, 8 aprile 2018.]

Il grande linguista e pedagogo democratico Tullio De Mauro sottolineava «l’eccezionalità linguistica della Costituzione rispetto alla frustrante illeggibilità del corpus legislativo italiano»1: rispetto all’oscurità di tanti testi di legge (il latinorum di Renzo), il patto sottoscritto dagli italiani all’indomani della Liberazione si contraddistingue per chiarezza, qualità raccomandata da Piero Calamandrei nel discorso del 4 marzo 1947: «Ora, vedete, colleghi, io credo che in questo nostro lavoro soprattutto ad una meta noi dobbiamo, in questo spirito di familiarità e di collaborazione, cercare di ispirarci e di avvicinarci. […] Il nostro motto dovrebbe esser questo: “chiarezza nella Costituzione”».

Sempre in quell’intervento Calamandrei sostiene che a scrivere la Costituzione non sono stati loro, i Costituenti, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo a uno a uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni, nelle quali l’eroismo è giunto alla soglia della santità.

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8 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Populismi e oltre

populismdi Mario Pezzella

Le ultime elezioni sembrano confermare le tesi di Ernesto Laclau, per il quale l’unico orizzonte della politica è il populismo, in diverse varianti e in contesa egemonica tra di loro. In effetti Laclau pensava che fossero quattro le caratteristiche fondamentali di un movimento populista: la crisi dell’ordine simbolico democratico, l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili.

I principali contendenti delle elezioni italiane rientrano tutti in questo contesto. Sui migranti, per esempio, e dunque sulla frontiera da stabilire tra noi e loro, tra Minniti, Berlusconi, Di Maio e Salvini c’è solo una differenza di grado e di modalità, ma non di principio. Tutti personalizzano e incarnano il proprio movimento nella figura di un capo e accettano una logica sociale gerarchica e piramidale. Tutti si muovono in un’ottica di critica della finanza e non del capitale. Tutti per altro presentano un lato vagamente grottesco, perché lo sproloquio decisionista mal cela una reale impotenza di fronte ai poteri economici transnazionali. Stanno lì per rappresentare la democrazia, non per esercitarla, e del resto la novità emergente è un ibrido populismo governamentale, che assume forme protestatarie, ma agisce in effetti a favore dell’establishment capitalista. Il caso più eclatante è Macron in Francia, ma Salvini e Di Maio in genuflessione davanti agli industriali a Cernobbio e sdoganati di recente dal capo di Confindustria vanno nella stessa direzione.

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5 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Un atto liberatorio

Michele Prosperodi Giorgio Cremaschi

Le elezioni hanno distrutto il quadro politico di centro-destra-sinistra che ha governato negli ultimi 25 anni amministrando tutte le politiche liberiste e di austerità targate Unione europea. Per quanto mi riguarda dunque non c’è niente da piangere: questo voto ripropone il messaggio del referendum costituzionale del 2016. Le elezioni del 2018 sono una sacrosanta punizione del potere, che fa scricchiolare la costruzione europea, che non a caso ha reagito con estrema cautela, visto che Merkel e alleati nel Parlamento italiano sono in minoranza. La sconfitta congiunta del Pd e di Berlusconi è un atto liberatorio, forse ancora non completamente dispiegato. Possono cadere ancora. Io avevo augurato al Pd di fare la fine del Pasok greco, non ci siamo ancora ma quel partito è su quella strada.

La protesta operaia e popolare non si è indirizzata verso LeU, identificato come qualcosa non differente dal Pd, e neppure verso Potere al Popolo, per altro in campo da tre mesi e censurato dai mass media. Il voto per mandare a casa il Pd e tutta la classe dirigente di questi anni si è quindi rivolto a quei partiti che più sembravano interpretare una moderata spinta antisistema, in grado di abolire le leggi più ingiuste e feroci, e in particolare la riforma Fornero, ma che si presentavano anche in grado di governare senza rivolgimenti estremi. Così il voto utile questa volta ha tradito proprio i due partiti, Pd e Forza Italia, che più nel passato ne avevano beneficiato e ha premiato Lega e M5S.

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3 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

La sinistra resti lontana dalla tentazione del populismo

Michele Prosperodi Marco Gatto

Dalle colonne de “il manifesto”, domenica scorsa, Michele Prospero ha ribadito con efficacia che il populismo non salverà la sinistra. Ha perciò invitato quel poco che resta dell’identità progressista e comunista a non inseguire i miti rassicuranti del sovranismo e del qualunquismo, incarnati oggi dalla Lega di Salvini e dai pentastellati. «Tra l’individualismo liberista demolito dalla crisi sociale e i rifugi in comunità ingannevoli (prima gli italiani, il rosario e la ruspa) esiste un vuoto, quello che nel Novecento ha occupato il socialismo», scrive Prospero. Un socialismo che, se vuole rimettersi all’opera, non deve «scimmiottare la versione più originale e anche genuina della rivolta del “basso”», ma che deve rispondere a una rigenerazione più complessiva delle sue istanze, la quale magari parta da una discussione teorica e politica sui fondamenti e sui presupposti. La questione organizzativa diventa allora centrale: alla cultura superficiale e aggressiva, fatta di istinti e di macchiette, inscenata tanto dai leghisti quanto dai grillini, capaci di raccogliere i frutti più maturi del berlusconismo nei termini di rappresentazione spettacolare della propria identità, bisogna opporre, dice Prospero, «una cultura politica nuova che tragga ispirazione da Marx» e che quindi rimetta al centro il conflitto tra capitale e lavoro, oggi del tutto svuotato dalla banalità transeunte delle promesse elettoralistiche, e che rimetta in gioco il ruolo della rappresentanza, della formazione, della coerenza ideologica.

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2 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Transizioni

Franco Fortinidi Lanfranco Binni

«Populisti, vil razza dannata!». Pianti, lamenti e lai, anatemi borghesi ottocenteschi a esorcismo delle “classi pericolose” alimentano il narcotraffico dei media di regime. Il sistema democratico è in pericolo. L’onda lunga dell’insorgenza diffusa e popolare contro ogni mediazione liberista e socialdemocratica tra potere politico e «popolo» (il popolo «sovrano» della Costituzione inattuata del 1948) che il 4 dicembre 2016 ha abbattuto con un sonoro no la “riforma” anticostituzionale della banda Renzi, grazie a un imprevisto protagonismo degli elettori ignoti (maledette elezioni!), il 4 marzo ha stravolto (anche questa volta con esiti imprevisti) un quadro politico già a rischio di «ingovernabilità». Il disegno furbastro del Pd di resuscitare il patto del Nazareno grazie a una legge elettorale anti M5S si è rovesciato nella disfatta del Pd, nella forte affermazione del M5S (primo partito nazionale), nello squilibrio dei rapporti di forza all’interno della coalizione di destra (sconfitta di Forza Italia e affermazione della Lega come primo partito della coalizione). Numerosi articoli di questo numero del «Ponte» analizzano i risultati elettorali, con punti di vista diversi e diverse valutazioni, come si addice a una rivista di aperto dibattito politico.

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31 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Il Pd senza bussola

Matteo Renzidi Rino Genovese

“Matteo Renzi si sta preparando a perdere le prossime elezioni. Domani potrebbe apparirci addirittura brillante il deludente risultato ottenuto da Bersani l’anno scorso”. Così scrivevo il 3 febbraio 2014 nel sito “Le parole e le cose”. Ogni Cassandra guarda lontano: e se anche di mezzo ci fu il 40% e passa alle elezioni europee, la profezia infine si è avverata con lo scarso 19% raggiunto dal Pd nel 2018, a conferma che la linea politica di Renzi era tutta sbagliata. Mettere mano a complesse e fallimentari riforme istituzionali fu infatti un errore, mentre se il rottamatore oggi rottamato fosse andato a elezioni anticipate, magari già nel 2015 dopo una semplice modifica della legge elettorale, le avrebbe probabilmente stravinte. C’è stata inoltre una pervicace volontà di rottura a sinistra, il jobs act e il resto, cioè l’incapacità di avviare una qualsiasi politica di spesa pubblica a fini ridistributivi, pure in un momento in cui l’economia riprendeva quota, senza con questo peraltro riuscire a drenare voti da destra: tutto ciò ha determinato la sconfitta del Pd, specialmente in un Mezzogiorno abbandonato a se stesso.

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29 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Vincitori e vinti

Berlusconi e Salvinidi Giancarlo Scarpari

Queste elezioni hanno fornito un chiaro esempio di cosa sia la democrazia procedurale al tempo dei partiti d’opinione, quando cioè il rapporto tra le oligarchie di questi e l’indistinta massa dei cittadini non consiste più nella mediazione tra istanze, programmi e soluzioni date, ma nella richiesta di aderire a un marchio, a una persona o a un gruppo, tramite messaggi in grado di intercettare speranze, paure, rancori diffusi in una società civile “individualizzata”; e questo rapporto, per sua natura incerto e volatile e che quotidianamente viene rilevato attraverso i sondaggi, a scadenze più o meno programmate nel tempo, viene invece rivelato e finalmente reso esplicito dalla chiamata alle urne.

In questo contesto è quantomeno curioso lo stupore di molti per il fatto che nella recente campagna elettorale siano stati trascurati molti problemi reali (come creare posti di lavoro, come affrontare le disuguaglianze crescenti, come rapportarsi coi vincoli europei, ecc.), mentre le chiacchiere si sono concentrate su quelli percepiti, o meglio, su quelli che i media, la rete e i politici interessati hanno voluto che lo fossero. Spesso la distanza tra questa percezione e la realtà è diventata siderale: le televisioni private in Veneto, per esempio, hanno dedicato alle lacrimevoli condizioni degli imprenditori oppressi dalle tasse persino una rubrica fissa («I veneti schiacciati dalla crisi»), proprio mentre l’industria manifatturiera ha registrato un balzo nella produzione pari al 6,7%, a un ritmo, cioè, definito “cinese”. Tuttavia questi dati, risalenti all’ultimo trimestre del 2017, sono stati diffusi dalla Unioncamere solo un paio di giorni dopo le elezioni, quando già i lamenti precedenti avevano “orientato l’opinione pubblica” e prodotto, nel loro piccolo, gli effetti voluti.

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25 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (4): che cos’è il “populismo di centro”

Errejóndi Rino Genovese

A volerlo interpretare con gli strumenti concettuali di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (che devono molto a Carl Schmitt), il fenomeno Grillo-Casaleggio è uno strano oggetto. Sentite che cosa ne dice Iñigo Errejón, esponente di Podemos, che, dopo avere distinto in un’intervista tra un “populismo progressista” e un “populismo reazionario”, alla domanda “sotto quale categoria potrebbero essere collocati i Cinque Stelle?”, così risponde: “Non lo so. C’è una grande ambivalenza in questo movimento. Da una parte, c’è un’aspirazione alla ridistribuzione della ricchezza, al reddito universale, a un migliore controllo delle istituzioni politiche, ma dall’altra c’è anche un populismo punitivo, o razzista, in particolare sull’immigrazione” (da “Le Monde” del 23 marzo 2018).

Errejón (che tra parentesi, all’interno di Podemos, avrebbe voluto un’alleanza di governo con il Psoe sul modello di un’unità a sinistra di tipo portoghese) ha trentacinque anni ed è spagnolo: non è quindi tenuto a conoscere la storia italiana che soltanto può spiegare un fenomeno come quello grillino. Al tempo stesso, proprio una riflessione su questa storia contribuisce a mostrare la debolezza del discorso teorico intorno a un “populismo di sinistra” (o progressista) così come sviluppato da Laclau e Mouffe, e ripreso dallo stesso Errejón.

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22 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

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