10 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Egemonia di destra

gramscidi Mario Pezzella

Non avendo avuto il tempo di scrivere per il numero a stampa, farò qualche osservazione tardiva sulla formazione del nuovo governo: consapevole di come la mia posizione sia minoritaria all’interno del «Ponte». Io credo che il governo Conte sia un caso esemplare di quella situazione politica che Gramsci esprimeva col termine “egemonia”. Un partito la Lega – che per me ha inconfondibili tratti fascisti – ha imposto la propria direzione politica di fatto, pur avendo come alleato un movimento che aveva ricevuto il doppio dei suoi voti. Ai significanti oscillanti dei Cinquestelle (tra destra e sinistra? Un po’ di destra, un po’ di sinistra?) ha contrapposto un’ideologia regressiva dura ed efficace. Ne ho scritto più volte su «Il Ponte» e dunque sarò sintetico. La Lega è assonante con i fascismi storici almeno su questi temi: Welfare ristretto rigorosamente ai soli “indigeni” nazionali; razzismo e creazione di un nemico “altro”, l’intruso capro espiatorio di ogni conflitto e fallimento; critica della finanza cattiva e non del capitale come modo di produzione; l’idea di un popolo-nazione immaginariamente unificato al di là dei suoi conflitti di classe e di interesse. L’enfasi anticoloniale costituisce da sempre un punto di forza dei movimenti populisti, che configurano il nemico in una nazione egemone (oggi la Germania), invece di contestare il sistema capitalistico, di cui essa è solo una maschera e una funzione. Infine, alla garanzia di una certa redistribuzione del reddito corrisponde l’assicurazione che non saranno minimamente scalfiti i “fondamentali” dell’economia attuale del capitale.

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8 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Così è se vi pare: cronaca di una crisi pirandelliana

la grande guerradi Giuliano e Piergiovanni Pelfer

Le elezioni politiche del 4 marzo si sono risolte con un governo Lega-M5S in un modo apparentemente rocambolesco, almeno per la stampa italiana ed europea. La sorpresa per questo esito è stata manifestata su tutti i media e da tutti i commentatori politici italiani ed europei, che mai si sarebbero aspettati un simile esito. Questo fatto dimostra la scarsa comprensione, da parte dei media di ogni tipo, dei processi sociali e politici nella società italiana, per l’adesione acritica al pensiero unico figlio della Mont Pelerin Society da parte del mainstream dei commentatori politici e dell’establishment politico.

Gli attori principali di questa commedia pirandelliana sono stati molti. Alcuni attori non protagonisti, loro malgrado, come Rosato e Renzi; altri attori protagonisti che hanno seguito in modo scrupoloso il canovaccio ben definito nei dettagli ma aperto all’improvvisazione necessaria in questi casi, come il presidente della Repubblica Mattarella, Matteo Salvini e Luigi di Maio; i pessimi attori dell’establishment europeo e i media mainstream italiani ed europei. Prima delle elezioni e anche immediatamente dopo il risultato elettorale, le forze politiche non erano così chiaramente schierate in forze filo-establishment e in forze populiste. Il buon Rosato aveva scritto una legge elettorale che avrebbe dovuto creare un Parlamento dove il Partito democratico e Forza Italia avrebbero avuto la maggioranza dei deputati e dei senatori. Si sarebbe costituito così un governo di larghe intese che avrebbe lasciato all’opposizione le forze populiste.

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1 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Ti piace ’o presebbio?

di Marcello Rossi

Giorni or sono, prima che Mattarella bocciasse il governo giallo-verde, un amico mi ha mandato una mail (ormai la comunicazione si tiene con questi strumenti) in cui, con fare malizioso, usando dell’Eduardo di Natale in casa Cupiello, mi chiedeva: «Ti piace ’o presebbio?». Gli ho risposto con le parole di Tommasino: «Non mi piace ’o presebbio». E gli ho risposto così perché questo “presebbio” mi sembrava sfacciatamente di destra, e a me la destra non piace. E qui tuttavia occorre che io faccia qualche precisazione per non essere frainteso perché io penso che il governo che stava per nascere – mi piacesse o non mi piacesse, d’altronde anche i governi democristiani non mi sono mai piaciuti – era la diretta espressione del voto del 4 marzo, il che lo rendeva assolutamente legittimo.

Come e qualmente questo governo si sia incagliato nella scelta del ministro dell’Economia è altro problema che riguarda i rapporti che sarebbero dovuti intercorrere tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio incaricato. Mi spiego: io credo che nella formazione della lista dei ministri i due presidenti avrebbero dovuto trovare un accordo, prima di arrivare alla definizione ufficiale dei ministri secondo l’art. 92 della Costituzione, secondo comma, che recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Vorrei richiamare l’attenzione su quel “nomina”, che è un indicativo, e non un congiuntivo o un condizionale e, secondo la sintassi italiana, la funzione dell’indicativo è quella di indicare una situazione non condizionata da incertezze. Il che vuol dire, secondo me, che le incertezze, i dubbi e i divieti su un possibile ministro si sarebbero dovuti risolvere da parte dei due presidenti prima di mettere in campo l’articolo 92, perché, se si arriva all’art. 92, i giochi sono ormai fatti. Ma altri su questa rivista, con maggiore dottrina della mia, affrontano il problema e a loro rimando il lettore.

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30 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Quer pasticciaccio brutto di Piazza del Quirinale

Piazza del Quirinaledi Massimo Jasonni

Il conflitto intervenuto tra presidente della Repubblica e partiti legittimati dalle elezioni alla prospettazione di un governo, sottoposto alla firma presidenziale, appare di tale importanza e gravità, da imporre rigore di analisi. Occorre distinguere il profilo formale della legittimità costituzionale dal profilo sostanzialmente etico-politico.

La distinzione rievoca quanto Luigi Einaudi e Costantino Mortati sostennero in Assemblea Costituente, nel settembre del ’46, discutendo di opzione presidenzialistica e opzione parlamentaristica. Il problema, precisarono, non è di forma, ma di merito. «Quel che conta – dissero all’unisono quelle due alte voci – è quello che c’è sotto»[1].

Dunque, esamineremo qui, in sintesi, il profilo “tecnicamente” costituzionalistico, ma per poi cercare di far luce su «quello che c’è sotto».

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24 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

De profundis

teofrastodi Massimo Jasonni

La parola nell’orizzonte culturale originario fu lógos, riproduzione della realtà entro di sé già esplicativa di un più vasto, e ben articolato, ordine fisico delle cose. Nella fase omerica, essa era stata mýthos: evocazione sacrale dell’eterna circolarità delle vicende non solo umane, ma più in generale biologiche. Il pensiero occidentale si dispose così, tra la poesia del mito e le ragioni della filosofia, alla volta di un dialogo tra gli uomini di per sé custode della superiore dimensione dell’Essere.

La parola era nata chiara e forte: coltivava in sé un significato domestico, ma non privato di sue proprie, e quanto fervide, polivalenze. La chiarezza veniva da un collegamento esplicito con i fenomeni naturali; la forza le avrebbe permesso di innervarsi nell’idea presocratica del nesso ineludibile che deve correre tra pensiero e mondo.

Per definire meglio questo motivo della certezza nella domesticità valgano due esempi, tra tante altre voci cui si potrebbe ricorrere nell’esame del vocabolario greco: óikos, da intendersi quale confine nazionale o, se si preferisce, barriera rappresentata dall’identità talora familiare, talora etico-politica1, ma anche come recinto dei polli. Il confine non avrebbe mai perso quel significato primigenio, pratico e ideale, semplice e complesso a un tempo. Analogamente charaktēr, che Giorgio Pasquali, in prefazione a Teofrasto, ci ricorda essere «conio», «punzone d’impronta» o «marchio», prima che carattere, natura e temperamento di un uomo2. Di questa orgogliosa genealogia dei nomi avrebbe disquisito il Socrate platonico nel Cratilo, sostenendo la naturalità e l’oggettività, non già, come i sofisti pretendevano, la convenzionalità del lógos3.

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22 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Macron 2.0: una internazionale liberista per l’Europa

Macrondi Piergiovanni Pelfer

Da «Il Giornale.it» di venerdì 11.05.2018, ore 15:24, firmato Ivan Francese, apprendiamo che Macron ha lanciato un messaggio europeista e lo ha scritto in italiano:

«Il presidente francese pubblica un appello all’unità e al coraggio all’interno della Ue, scrivendo in italiano sul suo profilo Facebook.
Emmanuel Macron si lancia in un appassionato appello a favore dell’Europa e contro i sovranismi nazionali. E per farlo sceglie la lingua italiana, in un breve post comparso sul suo profilo Facebook ufficiale nelle prime ore del pomeriggio di oggi.
“Per l’Europa, scrive il presidente francese, non siamo deboli. Scegliamo. Non siamo divisi. Uniamoci. Non abbiamo paura. Osiamo fare. Non aspettiamo. Agiamo ora”.
Un appello al coraggio, all’unità e all’azione che arriva in anni non facili per l’Unione europea. Fra poche settimane ricorreranno i due anni dalla Brexit, la prima volta in cui uno Stato membro ha votato liberamente per secedere dall’Unione. E non è un caso che Macron abbia scelto di scrivere proprio in italiano esattamente nelle ore in cui a Roma sta per nascere un governo imperniato sull’alleanza fra Lega e M5S, cioè fra i due movimenti politici più critici verso gli attuali vertici politici della Ue che a Bruxelles vedono con il fastidio che dà il fumo negli occhi e forse, ormai che sono davvero vicini, come mai prima, alla presa del potere, anche con un po’ di paura».

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17 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Debito tedesco e riparazionismo: un convegno, tante domande

di Luca Baiada

Il convegno della «Fondazione per la critica sociale», La Germania deve pagare per stragi e deportazioni: la memoria spesata non è risarcimento, ha visto una partecipazione così intensa e qualificata che va dato conto subito di qualcosa, anche sommariamente.

Netto, il messaggio di Giuseppe Tesauro: «Carissimi amici, purtroppo non posso essere con voi in questa importante occasione, in quanto da tempo vincolato a un altro impegno. Sapete bene, tuttavia, quanto sono vicino ai vostri problemi e all’ingiustizia di negarvi, ancora oggi, la pienezza di un vostro sacrosanto diritto. Vi auguro un buon lavoro». Il presidente emerito della Corte costituzionale ha dato disponibilità per altre iniziative.

Significative le prese di posizione, per iscritto o di persona, di familiari delle vittime. Nelle loro parole, sulle iniziative memoriali riparazioniste e specialmente sull’Atlante delle stragi, ricorre l’espressione «piatto di lenticchie».

Nel posto giusto – Roma, Museo storico della Liberazione, ex carcere delle SS – i temi sono stati affrontati col massimo sforzo di chiarezza. Proposito dichiarato: porre meglio certe domande, più che trovare risposte di maniera. Proprio così, seguendo le domande, ripropongo i punti principali.

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14 maggio 2018
pubblicato da Marcello Rossi

Questa nostra Repubblica

Repubblica italianadi Piero Calamandrei

Ripubblichiamo questo scritto di Calamandrei – il suo ultimo articolo apparso sul «Ponte» (n. 10, ottobre 1956) – che presenta motivi di grande interesse per leggere la realtà attuale. In primis le caratteristiche della nostra repubblica parlamentare che si differenzia – e in meglio – da una repubblica presidenziale in quanto si fonda su una Costituzione rigida e programmatica. Programmatica perché contiene «un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario».
A garanzia di questo programma c’è il presidente della Repubblica che non è un re, che può fare e disfare i governi a suo piacimento, ma «ha il potere di garantire la continuità costituzionale» ricordando ai governi «l’indirizzo programmatico».
Questo per dire che, secondo me, il presidente non può fare un «governo del presidente», né, come si è detto da più parti con una punta di compiacimento, un «governo neutrale», né un «governo di garanzia». Il governo deve essere espressione della volontà popolare che i risultati elettorali hanno messo in evidenza. Rispettando questo principio, il presidente della Repubblica è il rappresentante del potere del popolo e attua «l’impegno preso dal popolo nella Costituzione».

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12 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Dallo spettro del governo neutrale al governo M5S-Lega

Sergio Mattarelladi Mario Monforte

La “stramberia” costituzionale e istituzionale della proposta di Mattarella – «governo neutrale», ma ogni atto governativo ha valenza politica, economica e sociale; «governo a tempo», ma la durata del governo la decide il parlamento; «governo di garanzia», ma garanzia di che e per chi; governo con ministri «non piú candidati», ma il presidente della Repubblica non lo può vietare; governo sfiduciato in partenza perché M5S, Lega, e Fd’I non l’avrebbero votato: solo Pd e LeU avevano anticipato il sí, il che già la diceva lunga su tale governo – ebbene, questa “stramberia”, che avrebbe generato un governo di mera conservazione dello status quo, pareva andare a realizzarsi… a meno che non vi fossero “scatti” leghisti e “grillini” dell’ultimo momento. E gli scatti ci sono stati.

La condicio sine qua non di Di Maio per il M5S, cioè un accordo solo con la Lega, e non con il centrodestra, e la messa a latere di Berlusconi-FI, è stata accettata. Pur nell’aperto livore dei “suoi” giornali e giornalisti (in primis Feltri e Sallusti), che attesta come stiano le cose, Berlusconi si presenta come il «padre nobile» che «consente benevolmente» l’avvio del governo M5S-Lega. In realtà, ha dovuto ingoiare la sorte degli sconfitti il 4 marzo (come il Pd, e altri): essere messo fuori gioco. E finalmente, diciamo noi!

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10 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Un atto di resistenza personale nel ricordo di Piero

Calamandrei-Pancrazi-Russodi Gianpiero Ballotti

Chi ha conosciuto Piero Calamandrei non può che benedire il proprio destino. Nella seconda metà degli anni cinquanta del Novecento, a Firenze, in via Laura, ci insegnava il diritto processuale civile e insieme – ma dovrei dire soprattutto – ci parlava delle opere e i giorni e del passato, del presente e del futuro della nostra Italia.

Era un signore sui sessanta, alto, elegante, con un accento fiorentino molto accentuato e molto simpatico che non faceva nulla per nascondere, anzi talvolta esibiva. Si capiva subito che era un gran parlatore, uno che sapeva non solo tenere desta l’attenzione dicendo cose interessanti, ma anche guadagnarsi la simpatia degli astanti con aneddoti e battute, pronunciati nei tempi giusti. Esercitava alla perfezione l’arte difficile dell’ironia, cosa nuova alla facoltà di giurisprudenza dove si era abituati a oratori meno brillanti, più paludati.

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