2 giugno 1946: la pace

2 giugno 1946[«Il Ponte», a. II, n. 6, giugno 1946]

di Piero Calamandrei

Il giorno della pace: pace nazionale, premessa necessaria per affrontar quella esterna.

L’Italia pazienta da quasi tre anni in regime di armistizio. Ma non tutti ricordano che gli armistizi sono due: quello internazionale coi vincitori, e quello interno, chiamato finora «tregua istituzionale». Tregua, non pace: la guerra di liberazione, che non è stata condotta soltanto contro i nemici di fuori, aspetta ancora, di dentro, la sua conferenza di pace, che si chiamerà costituente, e il suo trattato, che si chiamerà repubblica.

Le dinastie pagano fatalmente col trono le guerre perdute, anche quelle onorevoli e accettate dal popolo: perché solo nella nemesi storica, che cancella dalla bandiera il simbolo della sconfitta, il popolo ritrova l’unità e la fiducia. Ma qui non è stata soltanto perduta una guerra: siamo stati portati sul punto di perdere una civiltà. Il custode statutario ha gettato nel folle giuoco non soltanto i nostri beni e le nostre vite, ma, sopra tutto, le nostre anime. Dire che la monarchia ha giuocato l’onore d’Italia, è dir poco: ha giuocato la nostra umanità. Quello che più atterrisce d’intorno non son le rovine materiali: le città si rifanno, e a compensarci dell’arte perduta lavora, ignaro archeologo, il bifolco, che vede affiorare ogni giorno da questa terra magica le statue dei sepolcreti. Ma il crollo più pauroso è stato quello dello spirito: la rottura brutale di millenni di ragione e di gentilezza, l’irrisione demente di quella solidarietà cristiana per cui ogni uomo è una creatura unica fatta di coscienza più che di carne, che ha dentro di sè, insopprimibile e irriproducibile, una sua dignità, una sua fiammella, un suo miracolo. Questa tradizione è la nostra patria più vera: a questa nostra patria profonda la dinastia sabauda, in nome dell’Italia, ha dichiarato guerra.

Nei terribili ricordi di questo ventennio ciascuno di noi ritrova episodi che non sa ripensare senza raccapriccio: in Italia e fuori d’Italia, con un crescendo di diabolica follia, ci siamo accorti che non era più guerra militare di eserciti contro eserciti, ma furia di belve contro creature innocenti, dell’orda selvaggia contro le conquiste, che ci erano sembrate eterne ed imprescrittibili, della ragione e della umana pietà. E un giorno il popolo italiano, in questa guerra tra la belva e l’uomo, si è trovato, per decreto reale, schierato ufficialmente dalla parte della belva. Questo è il crimine, non contro lo statuto soltanto ma contro l’umanità, che deve essere espiato.

Oggi le signore sensibili, che sospirano sulla sorte della monarchia, a udir raccontar questi episodi fanno una smorfia di incredulità e di disgusto: basta con questi orrori. Basta, sì: ma chi fino ad ieri associò a questi orrori il nome d’Italia? chi fece credere al mondo che il popolo italiano ne fosse complice? chi firmò l’alleanza coi carnefici? Oggi troppi dimenticano che il dispregio della persona umana diventò in Italia metodo di governo per decreto del re costituzionale: e che dal manganello e dalle verniciature tricolori degli antifascisti esposti alla berlina, si arrivò logicamente, senza soluzione di continuità, alle camere a gas e ai forni crematori.

Vogliamo riacquistare la pace: quella delle coscienze tranquille prima che quella dei trattati; ma come potremmo riaver questo senso di pacata giustizia, se il simbolo araldico di chi associò l’Italia a quella guerra contro lo spirito rimanesse sulla nostra bandiera? Non chiediamo punizioni rigorose: le ville principesche in riva ai mari tropicali non sono prigioni crudeli. Ci lascino a ricostruire da noi queste povere catapecchie crollate. Ma se ne vadano, tutta la famiglia: comprendano, una volta tanto, il loro dovere di discrezione. Spariscano: ci liberino da questa loro sciagurata presenza che è il ricordo vivente di una spaventosa sconfitta morale.

Il 2 giugno non saranno elezioni: sarà la riconciliazione di un popolo. Attenderanno, alle porte dei seggi elettorali, ancor prima che arrivino gli elettori, lunghissime file di ombre: i nostri morti, lontani e recenti; i giovinetti partigiani caduti alla macchia, i vecchi che non parlarono sotto la tortura, le donne e i bambini spariti nelle nebbie della deportazione. Chiederanno la pace: e l’avranno.

La pace con giustizia: la repubblica.

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