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Il Ponte - Gennaio 2007


ALL'OMBRA DELLA FORCA

All'ombra della forca non cresce né il diritto né la giustizia. Quel patibolo attraverso il quale è stata suggellata la vittoria definitiva della guerra americana contro il regime di Saddam Hussein staglia la sua ombra minacciosa e oscura l'alba del nuovo anno. Non ci poteva essere conclusione peggiore dell'anno appena trascorso, presagio di un futuro che si annunzia poco radioso, se non vi sarà una netta inversione di tendenza.

È vero che in un contesto, come quello iracheno, in cui ogni giorno vengono perpetrate violenze di massa e incontrollabili da parte di “attori” pubblici e privati, dalle forze della potenza occupante - malgrado lo schermo giuridico di una apparente indipendenza - , come da quelle del governo fantoccio, come dai gruppi tribali e religiosi, la soppressione fisica di Saddam Hussein non altera la lugubre ragioneria della morte.

Tuttavia, non si può sottovalutare la potenza dei simboli. Quella esecuzione, salutata con grida di giubilo a Washington come a Teheran, e trasformata in un evento mediatico internazionale mediante la televisione, è un fatto politico, che esprime dei significati profondi, ma ambigui, che occorre decifrare.

Il primo significato, quello piú apparente, ma anche quello piú superficiale, è che Gorge W. Bush annunzia al mondo di aver vinto e portato a conclusione la guerra iniziata il 20 marzo del 2003, annientando fisicamente il simbolo del nemico. Il corollario di questo principio è che l'impero non fa mai le cose a metà e ha la capacità di annientare tutti i suoi nemici: quando minaccia una punizione, la porta poi a compimento, costi quello che costi.

Dovrebbe essere un messaggio rassicurante, per gli alleati recalcitranti e per l'opinione pubblica americana, ma, in realtà, si tratta di un messaggio che è tragico e ridicolo insieme.

È l'ultimo schermo costruito per nascondere la realtà di una guerra che non si può piú concludere vittoriosamente, di una pax americana che non si può piú riuscire a imporre, di un caos crescente provocato dall'irresponsabilità dei consoli dell'impero d'Occidente, a cui quegli stessi consoli non sanno porre rimedio. Per nascondere questo disastroso fallimento si è innalzata una forca, attraverso la quale, “simbolicamente”, si celebra la vittoria di una guerra che ormai non si può piú vincere.

Il secondo significato è quello di annunciare, ancora simbolicamente, l'avvento di un nuovo ordine. Quando a Washington si saluta la forca come un trionfo del diritto e della giustizia, e come un passo fondamentale per la costruzione della democrazia in Iraq, la prima – peraltro scontata - impressione che tale annunzio suscita è un senso di oltraggio per la corruzione blasfema di concetti che, nella nostra cultura, ci stanno molto a cuore. Ma, al di là delle emozioni, i concetti sono chiari. Attraverso questo simbolo, l'impero annuncia il proprio “ordine”, nel quale la “giustizia” non è altro che uno strumento della forza, al servizio del sovrano, il quale se ne serve per completare il lavoro delle sue armate - e il “diritto” è sempre e soltanto il diritto della forza. Infine la “democrazia”, posta e imposta soltanto quale nuovo modo per definire l'asservimento e il caos organizzato.

In questo modo viene suggellata la profezia di George Orwell che, nel suo 1984 , annunciava l'avvento di una “neolingua”, attraverso la quale il potere rovesciava i concetti con i quali siamo stati abituati a pensare, al fine di disarmare perfino ogni velleità di opposizione.

Quest'ultimo significato, però, nasconde un voler essere, piuttosto che rappresentare un'effettiva realtà. La neolingua può corrompere la parte piú debole dell'opinione pubblica, ma non può trasformare la realtà. I fatti sono duri a morire, e un ordine che non riesce ad assicurare un minimo di equità e di contemperamento degli interessi, non garantisce la convivenza pacifica ed è destinato a crollare, in quanto non saranno i pilastri di una giustizia e di un diritto di cartone a poterlo sostenere.

Insomma, innalzando quella forca, il potere americano ha voluto lanciare un messaggio di forza, per nascondere - a se stesso nonché alla propria opinione pubblica - dietro una cortina fumogena il fallimento della sua strategia di dominio, basata sulla superfetazione della potenza delle proprie armate.

Senonché tale messaggio è del tutto sbagliato, non solo perché è ingannevole, ma anche perché è destinato ad alimentare il caos. Poiché non di giustizia si tratta, ma di vendetta, non c'è bisogno di avere la palla di vetro per capire che questo gesto, proprio per il suo forte peso simbolico, si inserisce nella spirale delle vendette e delle punizioni reciproche, alimentando ulteriormente e gravemente il circolo vizioso della violenza e del caos.

Del resto, le orribili immagini televisive, in cui si vede un prigioniero ammanettato costretto a morire, filmato per il ludibrio dei suoi nemici, in che cosa differiscono dalle immagini trasmesse, via internet, dai gruppi jhaddisti quando documentano l'uccisione del nemico preso prigioniero?

Questi opposti messaggi, nel loro significato ontologico, non si differenziano fra di loro: esprimono lo stesso linguaggio di barbarie e dimostrano che la guerra e il terrorismo sono due facce della stessa medaglia, impastate con la stessa pasta.

All'alba di questo nuovo anno, quel che rimane delle forze democratiche, custodi dei valori di civiltà dell'Occidente, e gli uomini di buona volontà, al di là di ogni schieramento politico, debbono mobilitarsi per uscire fuori dalla tenaglia guerra-terrorismo e annunziare che un nuovo mondo è possibile, che le forche devono essere abrogate, che fra uccidere e morire c'è una terza via: vivere.

DOMENICO GALLO

 


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