Numero speciale di febbraio-marzo, interamente dedicato ai beni comuni


Se gli Stati divengono sempre piú regimi destinati al controllo autoritario di decisioni prese altrove, l’idea di bene comune presuppone un nuovo contratto sociale, fondato sulla difesa delle risorse naturali minacciate di esaurimento, su pratiche di democrazia partecipata, sull’autogestione degli esseri umani coinvolti nella sopravvivenza e nell’amministrazione dei territori. A definire tale idea sono dedicati i saggi raccolti nel presente numero. Si tratta di una riflessione urgente, perché anche il concetto di bene comune non subisca la rivoluzione passiva toccata ad altre parole chiave della tradizione democratica italiana: il federalismo – divenuto nelle mani della Lega separatismo etnico e sociale; la liberazione sessuale – ridotta a orgetta da strapaese; il rifiuto del lavoro – trasformato in elogio della precarietà; la democrazia diretta – risolta in acclamazione plebiscitaria e populista di un Capo; il riformismo – termine divenuto temibile annunciatore di miseria e povertà. “Bene comune” rischia di diventare il vacuo copricapo di una tecnocrazia sedicente di sinistra, che trasforma il reale cambiamento oggi richiesto in amministrazione moralistica dell’esistente, lasciando immutate le effettive gerarchie di potere.
(tratto dalla presentazione di Mario Pezzella)

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